
di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
Il dibattito sul nuovo obbligo di certificare la maggiore età per accedere ai contenuti per adulti non riguarda soltanto le tecnologie di controllo o la tutela della privacy. Tocca qualcosa di più profondo: il rapporto tra genitori, istituzioni e un mondo digitale che cresce molto più rapidamente della nostra capacità di comprenderlo e governarlo.
I dati Demòpolis ci consegnano una fotografia nitida. Per il 70 per cento degli italiani, la verifica dell’età è una misura necessaria per proteggere i minori. Una posizione comprensibile, in un Paese dove l’esposizione precoce a contenuti inappropriati è diventata un tema di allarme sociale. E dove i confini tra intimità e mercato, tra desiderio e consumo, si sono assottigliati fino a confondersi.
Al tempo stesso, quasi un quinto degli intervistati considera questa misura una violazione della privacy. Un timore non privo di fondamento: ogni nuovo strumento di controllo dell’identità digitale porta con sé rischi di raccolta e utilizzo improprio dei dati. È la contraddizione della nostra epoca: chiediamo più protezione, ma temiamo — giustamente — che la protezione si trasformi in sorveglianza.
C’è poi il nodo dell’educazione affettiva. Più della metà degli italiani teme che molti giovani finiscano per costruire la propria idea di sessualità esclusivamente online. Non stupisce: il mondo digitale è diventato per molti adolescenti un surrogato di dialogo, un oracolo impersonale dove cercare risposte su corpo, identità, sentimenti. Ma la rete semplifica, accelera, distorce. Non sostituisce la presenza umana, e soprattutto non educa alla reciprocità.
Da qui il consenso, quasi unanime, sul ruolo della famiglia (86 per cento) e della scuola (72 per cento) nell’accompagnare i ragazzi. Un riconoscimento che va oltre la cronaca: è l’ammissione che, senza una guida adulta stabile, la tecnologia rischia di diventare l’unica educatrice disponibile.
La responsabilità, ricorda il sondaggio, è condivisa. Ma la condivisione non deve essere un modo elegante per diluire il dovere. La famiglia ha bisogno di strumenti, tempo e sostegno per poter svolgere il proprio ruolo. La scuola necessita di programmi, risorse e formazione. E le istituzioni devono uscire dal riflesso normativo — legiferare non basta — per investire in politiche educative di lungo periodo.
Proteggere i minori non significa solo alzare barriere tecnologiche. Significa costruire ponti: tra generazioni, tra scuola e casa, tra adulti e ragazzi. Significa restituire alla comunità il compito educativo che negli ultimi anni abbiamo delegato, troppo spesso, agli algoritmi.
La verifica dell’età è un passo, forse necessario. Ma il vero terreno su cui si gioca il futuro è un altro: la capacità di accompagnare i giovani nell’affettività e nella relazione. Perché la tecnologia può filtrare l’accesso, ma non sostituire il dialogo. E la sicurezza senza educazione è un argine fragile, destinato prima o poi a cedere.
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