
di Paolo Longobardi, Presidente di Unimpresa
Viviamo in un tempo che non somiglia a nessuno di quelli che lo hanno preceduto. In meno di un decennio abbiamo attraversato una pandemia, una guerra in Europa, un’inflazione che sembrava dimenticata e ora un nuovo scenario geopolitico, in cui la globalizzazione – quella che aveva unito mercati, capitali e persone – si è sfilacciata. I legami che tenevano insieme il mondo si stanno allentando. Le catene del valore, costruite con pazienza e fiducia reciproca, si accorciano o si spezzano. E l’economia globale, un tempo integrata e interdipendente, si divide in blocchi che parlano linguaggi economici e tecnologici sempre più diversi.
Gli indici che misurano il rischio geopolitico raccontano meglio di ogni commento la portata di questa trasformazione: tra il +38% e il +111% rispetto ai livelli precedenti alla guerra in Ucraina. È un numero che fotografa un mondo più fragile, dove il commercio non è più il terreno neutro della cooperazione ma il riflesso di alleanze politiche, di sfiducia e di nuove competizioni. Il Trade Policy Uncertainty Index, che in passato oscillava su valori contenuti, ha raggiunto quota 426, dieci volte la media storica. I numeri, a volte, sanno essere spietati.
Siamo entrati in un’epoca in cui la logica del blocco prevale su quella del mercato. Stati Uniti e Cina si fronteggiano non solo sul piano militare o tecnologico, ma su quello dei modelli di sviluppo. I Paesi BRICS+ cercano di costruire una terza via, un nuovo equilibrio di poteri. L’Europa, invece, è costretta a muoversi su un filo sottile, tra il desiderio di autonomia strategica e la dipendenza energetica e industriale dalle due grandi potenze. Per l’Italia – paese manifatturiero, esportatore e fortemente interconnesso – questa non è una questione astratta di geopolitica: è una sfida concreta alla competitività del nostro sistema produttivo.
La regionalizzazione dei flussi commerciali, che si traduce in un ritorno della produzione verso aree più prossime ai mercati di consumo, è una conseguenza inevitabile di questo nuovo ordine. È anche un’opportunità per il nostro Paese. L’area euro-mediterranea, con i suoi 62 milioni di TEU movimentati e una crescita media annua del 5%, può diventare il cuore pulsante del nuovo commercio regionale. Il Mediterraneo, da sempre confine e ponte, può tornare a essere una risorsa, se l’Italia saprà interpretarlo non come frontiera ma come piattaforma logistica, industriale e culturale.
Ma il mondo che cambia ha un prezzo. Più di sessanta Paesi hanno aumentato la spesa militare in rapporto al PIL. È la prova che l’instabilità è ormai percepita non come un rischio temporaneo, ma come una condizione permanente. Si tratta di un ritorno alla politica della forza che grava sui bilanci pubblici, accresce il debito e impone scelte difficili. Il riarmo, anche se genera domanda industriale, non può essere la scorciatoia per la crescita: sottrae risorse a investimenti produttivi, innovazione, scuola e ricerca, i veri motori dello sviluppo di lungo periodo.
L’energia resta il nodo più delicato. Le crisi recenti hanno mostrato quanto pericolosa sia la dipendenza da pochi fornitori e quanto fragile sia il percorso verso la transizione verde. L’Europa non potrà dirsi sovrana finché non garantirà ai propri cittadini e alle proprie imprese una sicurezza energetica reale, fatta di infrastrutture, diversificazione e politiche comuni. La transizione ecologica, se vuole essere sostenibile, deve essere anche economicamente inclusiva: non può diventare una nuova forma di diseguaglianza.
In questo scenario incerto, le imprese italiane – e in particolare le piccole e medie – devono navigare con prudenza ma anche con coraggio. La volatilità dei prezzi, la complessità delle normative e la frammentazione dei mercati impongono di investire in innovazione, digitalizzazione e capitale umano. È su questi tre pilastri che si gioca la nostra capacità di restare competitivi in un’economia che cambia rapidamente e che non perdona chi resta fermo.
La globalizzazione non è finita: si è trasformata. È diventata più selettiva, più fragile, meno cooperativa. Le economie avanzate dovranno scegliere se reagire chiudendosi o se costruire nuove forme di interdipendenza basate su regole condivise e su una visione comune. L’Italia, per la sua storia e la sua posizione, ha il dovere di restare ponte tra Nord e Sud, tra Est e Ovest, tra vecchie e nuove economie.
Per l’Italia, essere ponte non è una metafora geografica: è una vocazione storica e un compito politico. Ma per tornare a svolgere questo ruolo serve guardare verso Sud. Il Mezzogiorno, troppo spesso considerato un problema irrisolto, deve diventare la chiave del rilancio nazionale. Le sue coste, i suoi porti, le sue università e la sua posizione naturale nel cuore del Mediterraneo lo rendono un punto d’incontro ideale tra Europa, Africa e Medio Oriente. Recuperare il valore del Sud significa restituire all’Italia la sua centralità nel nuovo mondo che si sta disegnando. È da lì, dal mare e dalle regioni meridionali, che può partire una stagione di crescita fondata su logistica, energia, innovazione e cultura. Il futuro dell’Italia, ancora una volta, passa dal Mediterraneo.
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