
di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
Il mare non dimentica. Ogni naufragio nel Mediterraneo aggiunge un capitolo a una storia che l’Europa fatica ad assumere fino in fondo come propria responsabilità. L’ultimo, avvenuto nei giorni di Pasqua, ha portato a Lampedusa 32 sopravvissuti e ha lasciato in fondo al mare 71 persone. Dall’inizio del 2026, le vittime accertate nel Mediterraneo centrale hanno già superato le 700. Numeri che, a forza di essere ripetuti, rischiano di perdere il loro peso specifico, di diventare statistica invece che tragedia. Ma dietro ciascuno di quei numeri c’è una vita, una storia, una famiglia che aspettava notizie.
Il dibattito che si riapre puntualmente a ogni naufragio segue ormai un copione noto: le opposizioni chiedono più soccorsi, il governo risponde con la necessità di bloccare le partenze, l’Europa esprime preoccupazione senza tradurla in azioni concrete, e dopo qualche giorno tutto torna come prima, fino alla prossima tragedia. Questo rituale non produce soluzioni. Produce solo la sensazione, comoda e falsa, di aver detto qualcosa. La questione migratoria è strutturalmente complessa, e chi la semplifica, in un senso o nell’altro, non rende un servizio alla verità né a chi cerca una risposta credibile.
Bisogna avere il coraggio di riconoscere almeno tre elementi che troppo spesso vengono tenuti separati perché metterli insieme è scomodo. Il primo: l’immigrazione irregolare via mare è alimentata da condizioni di disperazione che nessuna politica di deterrenza, per quanto severa, riuscirà mai a eliminare finché quelle condizioni persisteranno. Il secondo: l’Italia non può essere lasciata sola a gestire una pressione migratoria che è per definizione europea, e che richiede soluzioni europee. Il terzo, forse il più delicato: l’immigrazione regolare e governata è, nei fatti, una risposta parziale ma necessaria alla crisi demografica del Paese. Un’Italia con 355mila nati l’anno e un’età mediana di 49 anni non può permettersi di rinunciare all’apporto di popolazione straniera senza affrontare conseguenze gravi sul piano del lavoro, del welfare e della crescita economica.
Questo non significa che ogni flusso debba essere accettato senza governo, né che l’integrazione sia un processo automatico e indolore. Significa che la politica migratoria non può essere governata solo dall’emergenza e dalla comunicazione, ma richiede una visione di lungo periodo, investimenti in accoglienza e integrazione, e la capacità di distinguere tra chi fugge da guerre e persecuzioni e chi cerca una via legale per lavorare. Due categorie che meritano risposte diverse, ma entrambe risposte umane e dignitose.
Per il mondo imprenditoriale, la questione ha risvolti molto concreti. In molti settori produttivi italiani, dalla logistica all’agricoltura, dall’edilizia alla ristorazione, la manodopera straniera è già oggi indispensabile. Costruire un sistema di ingressi regolari più efficiente, ridurre i tempi burocratici, investire in percorsi di formazione e qualificazione dei lavoratori migranti sono obiettivi che servono tanto alla coesione sociale quanto alla competitività delle imprese. Il tema non è se accogliere, ma come farlo in modo ordinato e sostenibile. Una domanda alla quale il Paese non ha ancora dato una risposta all’altezza.
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