di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
C’è un cambiamento in atto, profondo e silenzioso, che sta già trasformando l’economia e il mercato del lavoro. Non si tratta di una crisi, ma di una rivoluzione: l’intelligenza artificiale – nella sua forma più evoluta, generativa e adattiva – è entrata stabilmente nei processi produttivi, nei servizi, nei sistemi decisionali. E non è più una questione solo per le big tech o per i laboratori di ricerca. È una questione che riguarda tutti, anche e soprattutto le piccole e medie imprese italiane. ’impatto dell’AI sul mondo del lavoro sarà doppio: da un lato, disintermediazione e sostituzione; dall’altro, creazione di nuove professionalità e accelerazione di produttività. Il vero nodo non è “se” l’AI toglierà o creerà posti di lavoro, ma “come” le imprese sapranno affrontare questa transizione. E su questo, l’Italia rischia di essere in ritardo.
Le pmi rappresentano il 99% del tessuto produttivo italiano, ma spesso operano con strumenti digitali limitati, in contesti a bassa intensità tecnologica, con difficoltà a reperire competenze adeguate. Se non colmate, queste fragilità rischiano di tradursi in un divario crescente tra chi saprà integrare l’intelligenza artificiale nei propri processi e chi resterà ai margini, perdendo competitività, clienti e talenti. Ma non è un destino già scritto. Al contrario, le tecnologie AI possono offrire opportunità straordinarie anche alle imprese più piccole: automazione di compiti ripetitivi, assistenza clienti virtuale, manutenzione predittiva, marketing personalizzato, gestione del magazzino, controllo qualità avanzato. Non servono grandi investimenti iniziali, ma serve una visione. Serve accompagnamento.
Per questo motivo, il governo dovrebbe inserire in modo strutturale il sostegno all’adozione dell’AI nel prossimo piano Industria 5.0: crediti d’imposta non solo per le tecnologie, ma anche per la formazione; voucher digitali semplificati per le microaziende; sportelli territoriali per l’accompagnamento strategico. L’altro nodo fondamentale è quello delle competenze. Se l’AI modifica il lavoro, è sulla formazione che si gioca la vera partita. E non solo quella dei giovani. Occorre aggiornare i lavoratori in attività, riqualificare chi rischia l’espulsione dai cicli produttivi, formare imprenditori e manager all’uso consapevole delle tecnologie. Perché la vera differenza non la fa l’algoritmo, ma chi lo guida. C’è infine un tema etico e normativo: l’AI non è neutra. Va regolata. Va resa trasparente. Va messa al servizio della persona, non sopra di essa. La recente proposta di AI Act europeo va nella giusta direzione, ma sarà essenziale applicarla senza caricare di nuovi obblighi le imprese più fragili. L’innovazione deve essere sostenibile, proporzionata, accessibile.
L’intelligenza artificiale è una sfida che interroga il presente e plasma il futuro. Le Pmi italiane hanno già dimostrato, in passato, una straordinaria capacità di adattamento. Anche stavolta, se messe nelle condizioni di farlo, sapranno trasformare la sfida in opportunità. Noi di Unimpresa saremo al loro fianco: per informare, formare, rappresentare. Perché il lavoro del futuro si costruisce oggi. E deve essere un lavoro più umano, non meno.
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