
di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
Lo sgombero del centro sociale Leoncavallo, avvenuto nelle scorse ore a Milano, riporta all’attenzione dell’opinione pubblica una questione che attraversa da decenni il nostro Paese: la necessità di coniugare legalità e spazi di aggregazione.
Il primo punto è chiaro e non negoziabile: lo Stato di diritto non può essere piegato. Le regole, la proprietà privata, le decisioni delle istituzioni costituiscono il fondamento della convivenza civile. L’assenza di legalità non è mai una soluzione e, anzi, rischia di alimentare contrapposizioni sterili. È bene partire da questo presupposto, con fermezza e con rispetto per il lavoro delle forze dell’ordine.
Al tempo stesso, l’esperienza di realtà come il Leoncavallo, pur tra contraddizioni e zone d’ombra, ha dimostrato quanto sia forte e reale il bisogno dei giovani di avere luoghi di incontro. Spazi in cui crescere insieme, fare musica, teatro, dibattito, cultura. Spazi in cui la socialità non sia ridotta a consumo, ma diventi relazione, condivisione, creatività.
Una città moderna e inclusiva non può permettersi di ignorare questa esigenza. Milano, come tante altre metropoli italiane, ha bisogno di centri che non siano soltanto commerciali, ma culturali e comunitari. E tali luoghi vanno costruiti dentro il perimetro della legalità, con regole chiare, con convenzioni trasparenti, con la responsabilità condivisa tra istituzioni e associazioni.
La lezione del Leoncavallo, dunque, non è solo quella di un conflitto tra chi difende la legalità e chi la mette in discussione. È anche il segnale di un vuoto che permane: la difficoltà di offrire ai giovani opportunità di espressione e di socialità. Se la politica saprà trasformare lo sgombero in un’occasione di dialogo e di progettualità, allora da una ferita potrà nascere un percorso nuovo. Perché legalità e socialità non devono essere alternative: possono e devono procedere insieme. È questa la sfida di una democrazia matura.
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