
di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
In Cina, per parlare di salute o di finanza sui social, servirà una “patente digitale”. Laurea, qualifica professionale, verifica ufficiale delle competenze. È la nuova regola introdotta da Pechino, dallo scorso 25 ottobre, per disciplinare gli influencer che trattano temi sensibili. Una stretta che, come spesso accade, si muove lungo il confine sottile tra tutela e controllo: proteggere i cittadini da contenuti ingannevoli o regolare, in modo rigido, la libertà d’espressione.
L’idea, in sé, non è priva di logica. La rete ha dato voce a tutti, ma anche amplificato l’improvvisazione e la disinformazione. Su TikTok si dispensano cure miracolose e consigli d’investimento come fossero oroscopi. In un mondo in cui milioni di persone si affidano agli influencer più che ai medici o agli economisti, garantire un minimo di competenza sembra un atto di buon senso. La conoscenza, dopotutto, non è un’opinione.
Eppure, il rischio è che dietro la legittima esigenza di serietà si nasconda un altro disegno: quello del controllo sociale. Chi decide chi è “qualificato”? E chi certifica che la verità passi solo attraverso un titolo di studio o un ente statale? La credibilità non nasce dal sigillo del potere, ma dalla trasparenza, dalla verifica, dal confronto pubblico. Se la cultura diventa autorizzazione, la democrazia si restringe.
Questo tema riguarda anche noi, molto più di quanto pensiamo. L’Italia — e l’Europa in generale — si trovano oggi davanti alla stessa domanda: come difendere la qualità dell’informazione senza soffocare la libertà di espressione? Non servono censori, ma regole chiare di responsabilità. Non bastano algoritmi, ma alfabetizzazione digitale, educazione al pensiero critico, consapevolezza collettiva.
Perché il vero problema non è chi parla, ma chi ascolta senza strumenti per distinguere. È una questione sociale prima ancora che tecnologica. Quando milioni di cittadini credono a notizie false, a promesse finanziarie infondate o a cure inesistenti, non è colpa solo degli influencer, ma di un sistema educativo e mediatico che ha smesso di insegnare a dubitare.
La Cina sceglie la via dell’autorizzazione. L’Occidente deve scegliere quella della maturità. La conoscenza non si impone, si coltiva. E la libertà di parola non si difende lasciando spazio a tutto, ma chiedendo a ciascuno di rispondere delle proprie parole.
Tutto è pubblico e la responsabilità è la nuova forma di etica. Non basterà una patente per garantirla. Servirà una comunità consapevole, capace di distinguere tra chi informa e chi manipola, tra chi studia e chi improvvisa. Perché la vera sfida non è zittire i falsi maestri, ma far crescere cittadini che non li seguano più.
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