
di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
La spesa della domenica non è più, per la maggioranza degli italiani, un gesto automatico. L’indagine di Swg pubblicata nei giorni scorsi lo dice con chiarezza: per molti resta un’opzione occasionale, dettata più da esigenze pratiche che da un’abitudine radicata. È l’unico giorno libero, è il modo per evitare le code, è una soluzione di comodo più che una preferenza culturale. Eppure, attorno a quella porta scorrevole aperta o chiusa la domenica, si addensano questioni che vanno ben oltre il carrello.
Il dato più netto è il consenso: il 64 per cento degli intervistati si dice favorevole alla chiusura domenicale dei supermercati, con un sostegno particolarmente forte tra gli over 55. È un orientamento che parla di tempo, di ritmi, di un bisogno di ricomporre la frattura tra lavoro e vita privata. La domenica, per molti, resta un simbolo: non necessariamente religioso, ma sociale. Un giorno che dovrebbe segnare una pausa, un confine, un respiro.
Chi sostiene la chiusura ne sottolinea i benefici sulla qualità della vita dei lavoratori, spesso impiegati in turni che rendono difficile la conciliazione familiare. Non è una posizione ideologica, ma una richiesta di misura. E infatti, in caso di chiusura, la maggioranza degli italiani non immagina rivoluzioni nei consumi: anticiperebbe la spesa nei giorni feriali o si rivolgerebbe a negozi di prossimità. Un adattamento, non un trauma.
Dall’altra parte, però, restano timori legittimi. La libertà dei consumatori, l’autonomia d’impresa, l’impatto sull’occupazione. C’è chi vede nella chiusura domenicale un passo indietro, una restrizione non necessaria in un’economia che ha già i suoi vincoli. E c’è chi teme che a pagare il prezzo siano proprio i lavoratori, attraverso riduzioni di orario o di reddito.
È qui che emerge l’equilibrio delicato che il dibattito richiede. Non una contrapposizione secca tra diritti e mercato, ma una riflessione sui modelli di consumo e di lavoro che abbiamo costruito negli ultimi anni. La domanda di fondo non è se si debba fare la spesa la domenica, ma che tipo di società vogliamo sostenere: una in cui ogni giorno è uguale all’altro, o una che riconosce valore al tempo condiviso e alla pausa.
La risposta degli italiani sembra prudente, non radicale. Non chiede divieti assoluti né liberalizzazioni senza limiti. Chiede regole chiare, equilibrio, attenzione alle persone. In questo senso, la chiusura domenicale non è solo una questione commerciale. È una cartina di tornasole del rapporto tra economia e vita quotidiana.
Trovare una sintesi non sarà semplice. Ma il consenso che emerge suggerisce una direzione: rimettere al centro il lavoro come esperienza umana, senza dimenticare la libertà di scelta e la sostenibilità delle imprese. La domenica, forse, continua a dirci qualcosa di più di quanto immaginiamo.
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