
di Paolo Longobardi, Presidente di Unimpresa
Non sono la guerra, il clima o la geopolitica a tenere svegli gli italiani la notte. Sono i prezzi, la sanità, le tasse. Temi concreti, quotidiani, che incidono sul portafoglio, sul tempo e sulla salute. Il sondaggio di Only Numbers ci consegna un Paese che non chiede miracoli, ma normalità: poter curarsi senza mesi d’attesa, fare la spesa senza ansia, lavorare con dignità e senza precarietà. È il termometro di un disagio sociale profondo, ma anche di una razionalità collettiva che la politica troppo spesso sottovaluta.
L’inflazione, indicata come prima preoccupazione dal 39% degli italiani, non è solo un indicatore economico: è un moltiplicatore di disuguaglianze. Colpisce chi vive di stipendi fissi, chi deve scegliere se pagare la bolletta o il carrello della spesa. Ha eroso i risparmi di una classe media già fragile, che si sente sempre più sola di fronte a rincari che non rallentano. È il segnale di una economia che cresce a macchia di leopardo, e di una politica che fatica a costruire politiche redistributive efficaci.
Subito dietro, con il 37%, c’è la sanità. Un dato che dovrebbe far riflettere più di qualsiasi statistica sul PIL. L’Italia è ancora un Paese che crede nella sanità pubblica, ma teme di perderla. Le liste d’attesa diventano un calvario, la fuga verso il privato un obbligo più che una scelta. Si affaccia così una nuova disuguaglianza: quella tra chi può permettersi di curarsi e chi deve rassegnarsi. Temi e argomenti che il nostro consigliere nazionale con delega alla sanità, Marco Massarenti, porta spesso all’attenzione dell’opinione pubblica, con analisi puntuali e ragionamenti impeccabili. È su questo terreno – lo evidenziamo spesso – che il legame tra cittadino e Stato si spezza, quando la salute diventa un privilegio invece che un diritto.
Più in basso nella graduatoria, ma non per importanza, restano le tasse (27%) e il lavoro (23%), due facce della stessa medaglia: la fatica di chi produce e la paura di chi non trova stabilità. In un Paese dove il fisco è percepito come punitivo e il lavoro come incerto, la fiducia non può rinascere senza una visione di equità.
Che gli italiani mettano in fondo l’immigrazione, la sicurezza e persino la guerra non significa disinteresse, ma lucidità. Dopo anni di allarmi, campagne e contrapposizioni, le persone tornano a guardare ciò che tocca davvero la loro vita quotidiana. È un ritorno al reale, alla concretezza che dovrebbe essere il cuore della democrazia.
Il messaggio, allora, è chiaro: la politica – a tutti i livelli, anche delle regioni – non deve solo parlare di “riforme” o di “transizioni”, ma ricominciare dalle cose semplici: il medico di base che risponde al telefono, lo stipendio che basta fino a fine mese, il supermercato che non diventa un incubo.
La fiducia si riconquista con gesti concreti. Non con slogan, ma con scelte che tornino a mettere la vita quotidiana al centro dell’agenda pubblica. È lì, tra la spesa e la salute, che si gioca oggi la credibilità della politica. I nuovi mandati dei presidenti di regione sono una formidabile prova del “9”.
- La forza della fiducia - 10 Dicembre 2025
- La diplomazia che cambia volto per parlare al Paese - 9 Dicembre 2025
- Addio a Vittorio Russo, maestro dell’artigianato e punto di riferimento per Castellammare - 5 Dicembre 2025


