
di Paolo Longobardi, Presidente di Unimpresa
La visita di Narendra Modi a Roma, il 19 e 20 maggio scorsi, non è stata una delle tante cerimonie diplomatiche che si consumano tra strette di mano e comunicati di rito. È stata, invece, un atto politico di sostanza, destinato a ridefinire la proiezione internazionale italiana in una fase in cui le geometrie globali si stanno ridisegnando con rapidità inedita. Era la prima missione ufficiale di un primo ministro indiano nella Capitale in 26 anni, e il settimo incontro tra i due leader in soli tre anni: una frequenza che, da sola, racconta quanto il rapporto tra Roma e Nuova Delhi si sia intensificato nel tempo.
Il vertice, svoltosi a Villa Doria Pamphilj, ha prodotto l’elevazione formale delle relazioni bilaterali al rango di Partenariato Strategico Speciale. Non una formula vuota, ma una cornice negoziale concreta: l’obiettivo dichiarato è portare l’interscambio commerciale dagli attuali 14 miliardi di euro a 20 miliardi entro il 2029, con incontri annuali tra capi di governo a scandire il ritmo. Saranno firmati accordi su trasporto marittimo, agricoltura, istruzione superiore, minerali critici, cooperazione museale e contrasto ai reati economico-finanziari: un ventaglio di settori che testimonia la volontà di costruire un’intesa strutturale, non episodica.
Il contesto in cui questa intesa matura merita attenzione. L’India è oggi la quinta economia mondiale per PIL nominale e, secondo molte proiezioni, è destinata a scalare ulteriormente la classifica nel corso del prossimo decennio. Con una popolazione che ha superato quella cinese e una classe media in forte espansione, il mercato indiano rappresenta una delle poche grandi opportunità di crescita rimaste aperte per le imprese europee. Più di 800 aziende italiane sono già presenti sul territorio, ma il potenziale è largamente inespresso. Il salto da 14 a 20 miliardi di interscambio non è un traguardo velleitario: è un obiettivo raggiungibile, a condizione che le istituzioni sappiano accompagnare il sistema produttivo con strumenti adeguati.
Sul piano industriale, la visita ha avuto un risvolto concreto e significativo. Al pranzo di lavoro si sono seduti, per parte italiana, Fincantieri, Leonardo, Ferrovie dello Stato, Almaviva e Maire; per parte indiana, RPG Group, UPL, Waaree Energies e Tata Advanced Systems. Un parterre che restituisce la dimensione reale degli interessi in gioco: difesa, infrastrutture, energia, logistica, tecnologia. Non industrie di nicchia, ma settori portanti di qualunque economia moderna.
Lo scheletro strategico che sorregge l’intera architettura è il Corridoio India-Medio Oriente-Europa — il cosiddetto IMEC — con Trieste designata come terminale euro-mediterraneo. I due leader hanno ribadito l’impegno comune su questo progetto, incoraggiando la prima riunione ministeriale a produrre misure concrete già nel corso dell’anno. Si tratta di una delle iniziative di connettività più ambiziose del decennio, concepita come risposta alle nuove rotte commerciali globali: un corridoio che attraversa il subcontinente indiano, percorre il Golfo Persico e raggiunge l’Europa attraverso il Mediterraneo. Che Trieste ne sia il terminale settentrionale non è un dettaglio geografico, ma una scelta politica che assegna all’Italia un ruolo di snodo difficilmente sostituibile.
La dichiarazione congiunta ha toccato anche i grandi dossier della politica internazionale: la riforma delle Nazioni Unite, il conflitto in Ucraina, la situazione in Iran e la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. Quest’ultimo tema è di interesse diretto per un Paese la cui bilancia commerciale dipende in misura significativa dalla sicurezza delle rotte marittime. Avere al proprio fianco una potenza regionale come l’India — con interessi convergenti in materia di navigazione libera e stabilità nell’Indo-Pacifico — non è un vantaggio secondario.
Per il mondo delle imprese italiane il messaggio che viene da questa visita è inequivocabile. L’India non è più un mercato lontano, da esplorare con cautela e strumenti inadeguati. È un partner strategico riconosciuto al massimo livello istituzionale, con accordi settoriali già definiti e una tabella di marcia commerciale esplicita. Spetta ora alle associazioni di categoria e agli organismi di rappresentanza imprenditoriale tradurre questa cornice politica in opportunità concrete: facilitare l’accesso al mercato indiano per le piccole e medie imprese, promuovere joint venture nei settori coperti dagli accordi, sostenere la formazione di competenze specifiche. La diplomazia ha fatto la sua parte. Ora tocca all’economia.
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