
di Paolo Longobardi, Presidente di Unimpresa
La visita del ministro degli Esteri Antonio Tajani in Cina — tra Pechino e Shanghai — non è un appuntamento di routine diplomatica. È, piuttosto, il segnale di una scelta di campo che l’Italia sta compiendo con crescente consapevolezza: quella di non rinunciare al dialogo con Pechino, nemmeno in un contesto internazionale che spinge verso la semplificazione degli schieramenti e la logica dei blocchi contrapposti.
Il viaggio si articola su più livelli, e questa complessità è già di per sé rivelatrice. A Pechino, Tajani ha incontrato il ministro del Commercio Wang Wentao, ha partecipato alla Commissione Economica Mista e al Forum Italia-Cina. Temi sul tavolo: rapporti economici, investimenti, e-commerce, materie prime critiche. La Farnesina ha segnalato accordi Sace per 360 milioni di euro, cifra significativa che misura la concretezza dell’interlocuzione. A Shanghai, invece, il confronto si è spostato verso le imprese — italiane e cinesi — e verso le opportunità legate al Made in Italy e alla cooperazione culturale ed economica. Due registri diversi, entrambi necessari: quello istituzionale e quello operativo, quello della politica e quello del mercato.
Non va trascurato, tuttavia, che sullo sfondo di questo incontro commerciale si stagliano dossier di ben altra portata. I colloqui hanno toccato anche l’Ucraina, l’Iran e la sicurezza energetica. Tre nodi che ricordano come la Cina non sia soltanto un partner commerciale di primo piano, ma un attore geopolitico con il quale l’Occidente — e l’Italia in particolare — deve necessariamente interloquire, pena l’irrilevanza nei processi che contano. Ignorare Pechino non è una postura di principio: è semplicemente un lusso che nessun Paese europeo di medie dimensioni può permettersi.
Il tema delle materie prime critiche merita una riflessione specifica. L’Europa ha preso atto, con qualche anno di ritardo, di dipendere dalla Cina per una quota insostenibile di terre rare e componenti essenziali alla transizione energetica e alla filiera digitale. L’Italia, in questo contesto, ha tutto l’interesse a costruire un canale privilegiato che consenta di affrontare la questione in modo strutturato, non emergenziale. Gli accordi Sace vanno letti anche in questa chiave: non come operazioni finanziarie isolate, ma come strumenti di una strategia più ampia di presenza e influenza.
C’è poi la questione, delicata e non ancora risolta, dei rapporti tra Roma e Pechino dopo l’uscita italiana dalla Via della Seta, avvenuta nel 2023. Quella decisione — necessaria sul piano della coerenza atlantica — ha lasciato in eredità un deficit di fiducia che richiede tempo e lavoro diplomatico per essere colmato. La visita di Tajani va letta, almeno in parte, come un contributo a questa ricostruzione. Il messaggio implicito è che l’Italia può essere fuori dalla Via della Seta e allo stesso tempo presente, attiva, credibile come interlocutore economico e politico in Cina.
Le imprese italiane hanno bisogno di questa chiarezza. Il mercato cinese resta, nonostante le tensioni e i rallentamenti, uno dei più grandi del mondo. Il Made in Italy — nell’agroalimentare, nella moda, nel design, nella meccanica di precisione — conserva un’attrattiva genuina presso i consumatori cinesi. Disperdere questo capitale di reputazione per ragioni ideologiche o per eccesso di cautela geopolitica sarebbe un errore difficilmente reversibile. Le imprese che a Shanghai hanno incontrato Tajani lo sanno bene, e probabilmente si aspettano dall’azione governativa qualcosa di più di una presenza simbolica: si aspettano corridoi, facilitazioni, protezione degli investimenti, riconoscimento delle certificazioni.
Resta sullo sfondo una domanda che la diplomazia non ama formulare esplicitamente: fino a che punto l’Italia può sviluppare una propria linea verso la Cina senza creare frizioni con i partner europei e con Washington? La risposta non è semplice, ma la direzione sembra chiara. Roma non intende isolarsi né dai propri alleati né da Pechino. Vuole, invece, essere uno dei pochi Paesi occidentali capaci di tenere aperto un canale di dialogo autentico con la Cina, senza ingenuità ma anche senza ostilità preconcette. È una posizione difficile da mantenere, ma non impossibile. E, se gestita con la necessaria sobrietà, può trasformarsi in un vantaggio competitivo — per la politica estera italiana e per il sistema delle imprese.
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