«La decisione di escludere le holding non finanziarie dall’aumento dell’Irap rappresenta una scelta di buon senso economico e di coerenza con l’obiettivo di sostenere la crescita del Paese. Colpire le imprese produttive, soprattutto quelle del comparto manifatturiero, avrebbe significato scoraggiare investimenti, ridurre la competitività del sistema industriale italiano e mettere a rischio la ripresa dell’occupazione».
Lo dichiara Paolo Longobardi, presidente di Unimpresa, commentando l’orientamento del governo a limitare l’aumento dell’Irap alle sole banche e compagnie assicurative.
In Italia la pressione fiscale sulle imprese resta tra le più alte d’Europa: il prelievo complessivo su utili e produzione supera in media il 59% del reddito d’impresa, contro il 47% della media dell’area euro e il 46% della Germania. L’Irap, pur riformata negli ultimi anni, continua a pesare in modo sproporzionato sul costo del lavoro e sull’attività produttiva, mentre l’imposta sul reddito d’impresa (Ires) si colloca al 24%, a cui si aggiungono addizionali regionali e comunali. Questo quadro, unito alla complessità burocratica e alla lentezza dei rimborsi fiscali, rappresenta un freno strutturale alla competitività del sistema economico nazionale.
«È necessario fare di tutto per abbassare la tassazione effettiva, semplificando gli adempimenti, riducendo gli oneri su chi investe e alleggerendo la pressione fiscale sul lavoro. Ogni punto percentuale di riduzione del carico fiscale si traduce in maggiori risorse per l’innovazione, la transizione ecologica e la crescita occupazionale. Una strategia fiscale più equa e meno gravosa non è solo una misura economica: è una condizione indispensabile per garantire più sviluppo, più occupazione e più futuro al tessuto produttivo del Paese» spiega Longobardi.
«In una fase di rallentamento globale, è fondamentale non gravare ulteriormente su chi produce reddito reale e occupazione. Le holding industriali e manifatturiere, spesso alla guida di filiere strategiche del made in Italy, devono poter contare su una fiscalità stabile e prevedibile. Aumentare il prelievo in questa fase avrebbe avuto un effetto recessivo, riducendo la liquidità disponibile per innovazione, transizione energetica e digitalizzazione. La tassazione differenziata tra comparti ha una logica economica: i grandi gruppi finanziari e assicurativi, che negli ultimi anni hanno beneficiato di margini e rendimenti record, possono contribuire in misura più ampia al bilancio pubblico. Diverso è il caso delle imprese produttive, che operano in mercati internazionali altamente competitivi e devono già sostenere costi elevati per energia, logistica e lavoro» osserva il presidente di Unimpresa.
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