
di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
C’è un dato che dovrebbe turbare chiunque abbia a cuore le sorti di questo Paese, e che invece continua a scivolare via dal dibattito pubblico come se fosse una questione tecnica da affidare agli statistici. Nel 2025 in Italia sono nati 355mila bambini. Trent’anni fa erano 526mila. Non si tratta di una flessione fisiologica, di un aggiustamento ciclico legato a qualche congiuntura avversa. Si tratta di un crollo strutturale, di una tendenza che si consolida anno dopo anno con la testarda precisione di chi non ha intenzione di invertire la rotta. Il tasso di fecondità ha raggiunto 1,13 figli per donna, un valore che colloca l’Italia tra i Paesi più sterili del continente, ben al di sotto di quella soglia di 2,1 che garantirebbe il semplice ricambio generazionale. L’età mediana della popolazione ha superato i 49 anni. Gli over 65 sono ormai il 25 per cento degli abitanti, mentre i giovani sotto i 14 anni rappresentano appena l’11,6 per cento. Numeri che, messi in fila, disegnano il profilo di una società che invecchia senza rinnovarsi, e che scarica sulle generazioni future un peso sempre più difficile da sostenere.
La popolazione complessiva si mantiene sostanzialmente stabile, attorno ai 58,9 milioni di persone, ma questa apparente tenuta nasconde una verità scomoda: senza i flussi migratori, il declino sarebbe già in corso in modo visibile e drammatico. Il saldo naturale, cioè la differenza tra nati e morti, è negativo per 296mila unità. A compensare questa perdita è il saldo migratorio, anch’esso positivo di 296mila unità. In altri termini, la demografia italiana regge su un equilibrio fragile e paradossale: lo stesso Paese che fatica ad accogliere e integrare i migranti è quello che, senza di loro, si spegnerebbe più rapidamente. Un corto circuito politico e culturale che nessuna forza di governo ha ancora affrontato con la necessaria franchezza.
Le cause di questo fenomeno sono molteplici e radicate in profondità. C’è la questione economica: i giovani italiani raggiungono l’indipendenza sempre più tardi, vivono in un mercato del lavoro precario, faticano ad accedere alla casa. Ma ridurre il problema alla sola dimensione economica sarebbe un errore. C’è anche una trasformazione culturale, un cambiamento nei valori e nelle aspettative individuali, una diffusa difficoltà a proiettarsi verso il futuro con fiducia. Come ha osservato il Presidente della Repubblica agli Stati Generali della Natalità, la denatalità è l’indicatore di una società che stenta a credere nel domani. E una società che non crede nel domani non investe in esso, non lo prepara, non lo costruisce.
Le risposte politiche fin qui messe in campo si sono rivelate inadeguate. Bonus e contributi una tantum non modificano le scelte di vita delle coppie. Quello che manca è un sistema di welfare strutturato, capace di rimuovere gli ostacoli reali alla genitorialità: asili nido sufficienti e accessibili, congedi parentali condivisi che non penalizzino le madri sul lavoro, un calendario scolastico finalmente compatibile con i tempi del lavoro. L’occupazione femminile in Italia resta tra le più basse d’Europa e una donna su cinque abbandona il mercato del lavoro dopo il primo figlio. Finché questo dato non cambierà, qualsiasi politica natalista resterà lettera morta.
Per il mondo delle imprese, la crisi demografica non è un problema astratto. È una minaccia concreta alla disponibilità futura di forza lavoro, alla sostenibilità del sistema previdenziale, alla tenuta dei consumi interni. Ignorarla significa consegnare alle generazioni che verranno un Paese più fragile, meno competitivo, meno capace di rinnovarsi. Il tempo per invertire questa tendenza non è illimitato. Ogni anno che passa, l’inerzia demografica si consolida e diventa più costosa da correggere.
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