
di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
L’intelligenza artificiale corre più veloce di chi dovrebbe guidarla. L’Europa e la Cina, pur con visioni diverse, sembrano averlo capito. A Bruxelles si lavora a un codice di condotta che renda riconoscibili i contenuti generati dall’IA, un primo passo per restituire ai cittadini un minimo di fiducia in un ecosistema digitale dove la verità rischia di essere manipolata da un algoritmo. A Pechino, invece, il governo propone un organismo globale di governance sull’intelligenza artificiale, con sede a Shanghai: un modo, più che per regolamentare, per orientare e presidiare un potere nuovo e pervasivo.
Sono due approcci diversi a una stessa urgenza. L’Europa prova a costruire regole dal basso, ispirate alla trasparenza e ai diritti individuali; la Cina immagina un sistema di controllo centralizzato, in cui la supervisione coincide con la sovranità. In entrambi i casi, però, emerge la consapevolezza che l’IA non è più soltanto una questione tecnologica, ma geopolitica, etica e democratica.
Il codice di condotta europeo, che dovrebbe accompagnare il futuro AI Act, risponde a una domanda cruciale: come distinguere ciò che è autentico da ciò che è generato artificialmente? In un’epoca in cui la disinformazione si moltiplica con l’efficienza delle macchine, riconoscere l’origine dei contenuti è un atto di igiene democratica. Sapere se un video, una voce o una foto sono reali non è curiosità: è difesa civile.
Ma la regolazione da sola non basterà. Servirà anche una cultura pubblica dell’intelligenza artificiale. Capire come funziona, quali limiti ha, quali rischi porta con sé. Altrimenti le regole resteranno astratte, incapaci di incidere sui comportamenti e sulle percezioni collettive.
La proposta cinese, di istituire un’autorità globale con sede a Shanghai, solleva interrogativi diversi. È legittimo il tentativo di dare all’IA una governance internazionale, ma chi ne stabilirà i confini, e secondo quali valori? Un’istituzione globale guidata da Pechino rischia di riflettere più l’idea cinese di controllo che quella, più europea, di tutela.
In questo scenario, l’Europa deve trovare il coraggio di affermare una propria via: quella della responsabilità tecnologica. Non la paura del progresso, ma la sua gestione umana. Le regole, se fatte bene, non frenano l’innovazione: la rendono sostenibile, equa, riconoscibile.
L’intelligenza artificiale può migliorare la vita, ma anche distorcerla. Dipende da chi tiene in mano l’interruttore. E oggi, mentre le grandi potenze discutono di governance, il vero tema resta lo stesso di sempre: chi controlla chi controlla. Perché ogni tecnologia, prima o poi, diventa politica. E la politica, quando abdica alla tecnica, smette di essere umana.
- La violenza digitale e il vuoto dell’educazione - 30 Novembre 2025
- L’uomo connesso e il confine dell’umano - 26 Novembre 2025
- Il potere che si nasconde dietro lo schermo - 25 Novembre 2025



