
di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
Le esplosioni avvenute a Delhi e a Islamabad, a poche ore di distanza, riportano l’Asia meridionale in una delle sue fasi ricorrenti di inquietudine. Venticinque morti, decine di feriti, responsabilità incerte. E soprattutto la sensazione, ben nota agli osservatori della regione, di trovarsi davanti a una miccia che nessuno riesce davvero a spegnere.
L’India ha avviato le indagini senza attribuire colpe. Una prudenza che, in un contesto di alta tensione, è già un messaggio politico. In Pakistan, invece, il timore è che gli attentati possano essere utilizzati per alimentare lo scontro sul Kashmir, quella ferita aperta dal 1947 che torna a pulsare a ogni crisi. Il premier Sharif parla di “proxied indiani”, nonostante una fazione dei Talebani abbia rivendicato l’attacco. Nuova Delhi risponde definendo le accuse “infondate”, accusando a sua volta Islamabad di voler distogliere l’attenzione dalle tensioni interne, in particolare dalla controversa riforma costituzionale sostenuta dall’esercito.
Il copione, purtroppo, è noto. Attentati, sospetti incrociati, accuse reciproche, il ruolo ambiguo dei gruppi estremisti, l’ombra dei servizi segreti. Una dinamica che riproduce da decenni una fragilità strutturale: due potenze nucleari incapaci di costruire un percorso stabile di fiducia reciproca.
Il punto non è solo la sicurezza. È la politica interna. In entrambi i Paesi, ogni crisi diventa uno strumento per consolidare il consenso, delegittimare l’avversario, saldare alleanze con gli apparati più influenti. La minaccia esterna, vera o presunta, è spesso un comodo diversivo rispetto alle difficoltà economiche, alle fragilità istituzionali, ai malcontenti sociali.
Tutto questo avviene in un quadro internazionale che tende a sottovalutare la regione, concentrato su teatri più vicini. Ma l’Asia meridionale resta uno dei punti più delicati dell’equilibrio globale. Un incidente, un errore di valutazione, un’escalation narrativa possono trasformare tensioni gestibili in una crisi di vasta portata.
La prudenza dell’India nelle prime ore dopo gli attentati va letta come un segnale positivo, ma non sufficiente. La reazione pakistana, segnata da divisioni interne e dalla pressione di gruppi estremisti, conferma una volta di più quanto difficile sia mantenere salde le istituzioni quando il clima politico è instabile.
La regione avrebbe bisogno di un dialogo costante, discreto, protetto dal rumore della propaganda. Di meccanismi di cooperazione che vadano oltre gli annunci e resistano alle crisi. Di un coraggio politico che non si limiti a evitare la guerra, ma tenti, un giorno, di costruire una pace.
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