
di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
C’è un potere che non si vede, ma che ormai decide molto più dei governi. È quello delle grandi piattaforme, dei fondi che le sostengono, dei laboratori dell’intelligenza artificiale che tracciano la direzione del mondo digitale. È un potere silenzioso, che non nasce da un voto, ma dalla capacità di controllare flussi di dati, conoscenze, comunicazione. In questa rivoluzione, il baricentro della democrazia si sposta: non più nello spazio pubblico, ma nelle reti private che regolano la nostra vita quotidiana.
Nella Silicon Valley si è sviluppato un modello di progresso che separa la crescita economica dal consenso sociale. La tecnologia viene presentata come forza neutrale, inevitabile, quasi naturale. Eppure, dietro l’apparente neutralità dell’innovazione, si sta costruendo un nuovo sistema di potere: concentrato, opaco, globale. Non è un complotto, ma un processo. Gli algoritmi decidono cosa vediamo e cosa ignoriamo, le piattaforme selezionano le nostre parole e perfino le nostre emozioni. La politica, abituata a governare confini e territori, si ritrova impotente di fronte a confini che non esistono più.
Nel frattempo, le democrazie sembrano aver smarrito la loro energia vitale: la discussione, il dubbio, la partecipazione. Ci si divide su tutto, ma raramente sulle cose che contano. L’attenzione pubblica si consuma in conflitti identitari e polarizzazioni istantanee, mentre le decisioni reali vengono prese altrove. È un’illusione di partecipazione che sostituisce la sostanza del confronto con la velocità del consenso.
La fragilità non è solo istituzionale, ma culturale. L’Italia, come ricordano i dati del Desi 2024, resta tra i Paesi con il più basso livello di competenze digitali in Europa. Ma il problema non è solo tecnico: è di senso. Non basta imparare a usare le tecnologie, bisogna capire come esse usano noi. Senza una formazione che unisca conoscenza e giudizio, le persone diventano utenti, non cittadini.
In questo contesto, la parola “educazione” assume un valore politico. Educare non significa solo fornire competenze, ma costruire carattere, senso critico, capacità di scelta. È l’insegnamento di James Heckman e di Alfred Marshall: la cooperazione, la perseveranza, il rispetto reciproco non sono virtù astratte, ma le basi di una società libera. Il progresso senza etica non libera, sostituisce un vincolo con un altro.
L’Europa ha ancora un ruolo: può dimostrare che innovazione e democrazia non sono incompatibili, che il digitale può servire le persone invece di dominarle. Ma per farlo deve ritrovare la forza di una visione comune, superando le divisioni interne e l’abitudine al compromesso minimo.
La posta in gioco non è il futuro della tecnologia, ma quello della libertà. Se l’innovazione diventa un fatto privato, la democrazia perde il suo spazio. Difendere il diritto a capire, discutere e decidere è oggi la forma più concreta di resistenza civile. Perché la vera frontiera non è quella tra Stati o piattaforme, ma tra ciò che possiamo conoscere e ciò che ci è sottratto.
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