di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
C’è qualcosa, nel Ponte di Messina, che va oltre l’ingegneria, oltre i numeri, oltre le legittime discussioni sui costi e sulle ricadute ambientali. C’è un sogno antico, mai sopito, che mercoledì 6 agosto, ha fatto un passo avanti concreto: il Consiglio dei Ministri ha approvato il progetto definitivo dell’opera. È una decisione che non riguarda soltanto un’infrastruttura: riguarda l’idea stessa che abbiamo del nostro Paese. Riguarda l’Italia che si unisce, davvero.
Il Ponte sullo Stretto è, prima di tutto, un simbolo. È il ponte che non c’è mai stato tra due Italie, troppo spesso divise non solo dalla geografia ma anche da opportunità diseguali, da reti logistiche spezzate, da investimenti che si sono fermati a Salerno. Un ponte che serve, certo, ma che rappresenta soprattutto ciò che siamo chiamati a diventare: un Paese coeso, moderno, capace di guardare al Sud non come a un problema, ma come a una risorsa decisiva.
Per chi come noi rappresenta migliaia di piccole e medie imprese, molte delle quali operano nelle regioni meridionali, questa decisione è una boccata d’ossigeno e una iniezione di fiducia. Significa dire che il Mezzogiorno esiste, che lo Stato c’è, che si può – finalmente – pianificare uno sviluppo a lungo termine che superi la logica dell’emergenza e dell’assistenzialismo. Siamo consapevoli che il ponte, da solo, non basterà. Servono strade, ferrovie, porti moderni, zone industriali efficienti. Serve una pubblica amministrazione che funzioni. Ma il ponte è un inizio. È la scelta politica che rompe l’immobilismo, che restituisce centralità a un’area che rappresenta il cuore del Mediterraneo. Ed è anche un’opportunità concreta per le imprese del territorio, che potranno partecipare a una grande opera pubblica, generare occupazione, formare competenze.
C’è chi parla di decrescita, di freni, di limiti, il Ponte sullo Stretto va in direzione opposta: è un gesto di fiducia nel futuro. È un’opera che afferma, con forza, che il nostro Paese può ancora pensarsi grande. Non è un’illusione faraonica, ma un investimento strategico, se accompagnato da una visione complessiva. È il ponte di cui ha bisogno anche la nostra democrazia, per ricucire fratture sociali, per unire ciò che è stato lasciato ai margini. Ci sono immagini che restano, nella storia di un popolo. Il primo treno che passerà su quel ponte – se davvero lo vedremo – sarà una di queste. Non sarà solo un convoglio che attraversa lo Stretto. Sarà l’Italia che si ricuce. Sarà il segnale che, quando politica, economia e società civile lavorano insieme, il cambiamento è possibile.
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