
di Paolo Longobardi, Presidente di Unimpresa
La tensione tra Europa e Stati Uniti sulla Groenlandia sembra avviarsi verso una fase di raffreddamento, dopo la rinuncia di Donald Trump a imporre dazi punitivi contro i Paesi europei che avevano inviato contingenti simbolici sull’isola e l’apertura a un confronto nell’ambito della NATO. Un esito che riporta la crisi su binari più prevedibili, anche perché – se le reali preoccupazioni americane fossero state limitate alla sicurezza e alla continuità degli approvvigionamenti strategici – gli strumenti per affrontarle esistono già da tempo, a partire dal quadro cooperativo definito dall’accordo del 1951.
Resta però l’ambiguità di fondo. Non è affatto certo che l’amministrazione Trump abbia davvero archiviato l’idea di esercitare un controllo sostanziale sulla Groenlandia, il cui valore strategico è evidente: le risorse minerarie, in particolare i giacimenti di terre rare come Tanbreez e Kvanefjeld, sono tra i più rilevanti al mondo, senza contare il potenziale energetico legato agli idrocarburi. Un’eventuale acquisizione formale, tuttavia, richiederebbe il passaggio dal Congresso, dove non sono mancate prese di posizione critiche anche tra i repubblicani, mentre i sondaggi hanno mostrato una diffusa contrarietà dell’opinione pubblica americana alle ambizioni di espansione territoriale.
Sul versante europeo, la linea è ancora più netta. In Danimarca e in Groenlandia l’ipotesi di una cessione è largamente respinta e difficilmente un governo danese potrebbe ignorare una volontà popolare così esplicita. In questo contesto, il metodo negoziale di Trump – più vicino alla logica della contrattazione commerciale che a quella diplomatica – appare coerente con uno schema già visto: alzare la posta fino allo scontro, evocando scenari estremi come l’uso della forza o dei dazi, per poi rendere accettabile un compromesso che, in condizioni normali, sarebbe stato respinto senza esitazioni.
È una strategia che può produrre risultati tattici, ma che lascia macerie sul piano delle relazioni. Alimenta diffidenza, accelera la ricerca di alternative e, nel medio periodo, riduce la dipendenza dagli Stati Uniti, erodendo proprio quel potere di influenza che si vorrebbe rafforzare. Non a caso, il bilancio dell’“operazione Groenlandia” appare finora negativo: ha indebolito Trump sul fronte interno, ha inciso sulla reputazione internazionale della sua amministrazione e ha incrinato la credibilità della deterrenza NATO, messa in discussione dal fatto che il principale attore dell’Alleanza abbia minacciato un altro Paese membro.
L’Europa, in questa fase, ha mostrato una reazione relativamente compatta alle pressioni americane. Ma la coesione politica non basta a colmare le fragilità strutturali. Il potere negoziale dell’Unione resta condizionato da una forte dipendenza energetica e tecnologica dall’estero e, soprattutto, dalla tutela militare statunitense. Le divisioni nazionali, accentuate dall’ascesa dei sovranismi, e un assetto istituzionale farraginoso continuano a limitarne l’efficacia.
Sul piano militare, l’Unione sta provando a muovere i primi passi. L’approvazione, a gennaio, della prima tornata di finanziamenti SAFE per forniture congiunte a favore di otto Paesi rappresenta un segnale, ma il punto di partenza è basso e il percorso sarà lungo. La crisi della Groenlandia ha avuto il merito di rendere evidente una verità scomoda: senza autonomia strategica reale, l’Europa resta esposta alle oscillazioni della politica americana, qualunque sia il tono momentaneo della de-escalation.
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