
di Paolo Longobardi, Presidente di Unimpresa
Quando nel 2019 Ursula von der Leyen presentò il Green Deal europeo come la nuova strategia di crescita dell’Unione, lo fece con il tono di chi annuncia una svolta storica. L’Europa avrebbe azzerato le emissioni nette entro il 2050, avrebbe guidato la transizione globale verso un’economia sostenibile, avrebbe trasformato il vincolo ambientale in vantaggio competitivo. Era un’ambizione genuina, sostenuta da una coerente architettura normativa: il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, il regolamento sulle auto elettriche, la direttiva sulle case green, la riforma del sistema ETS. A distanza di pochi anni, quella costruzione mostra crepe sempre più visibili, e la domanda che circola nei corridoi di Bruxelles è se il Green Deal sopravviverà alla pressione combinata della congiuntura economica, delle resistenze industriali e del cambiamento politico in corso nel continente.
Le difficoltà sono reali e non possono essere liquidate come il frutto di resistenze conservatrici. La transizione energetica ha un costo, e quel costo non ricade in modo uniforme sulla società. Le famiglie a basso reddito, le piccole imprese, le aree geografiche dipendenti dall’industria fossile o dall’automotive tradizionale pagano un prezzo sproporzionato rispetto ai benefici che riescono a catturare nell’immediato. Il caso dell’industria automobilistica europea è emblematico: la scadenza del 2035 per la fine delle auto a combustione interna ha prodotto incertezza negli investimenti, perdita di quote di mercato a favore dei produttori cinesi di veicoli elettrici, e una crisi occupazionale che in Paesi come la Germania ha dimensioni politicamente rilevanti. Non è una coincidenza che i partiti euroscettici abbiano fatto della critica al Green Deal uno dei loro cavalli di battaglia più efficaci.
La Commissione ha già cominciato ad ammorbidire alcune posizioni. Il principio di neutralità tecnologica è stato reintrodotto nel dibattito sui carburanti sintetici. La direttiva sulle case green è stata indebolita rispetto alla proposta originale. Il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere è sotto pressione in sede di negoziati commerciali. Ogni concessione, presa singolarmente, può sembrare ragionevole. Il rischio è che l’insieme produca uno svuotamento progressivo della strategia, trasformando un progetto ambizioso in un catalogo di buone intenzioni senza vincoli effettivi.
Il nodo centrale è la competitività. Il rapporto Draghi ha chiarito con la consueta lucidità che l’Europa non può permettersi di essere l’unico grande attore globale a rispettare regole stringenti di decarbonizzazione mentre Stati Uniti e Cina procedono a velocità molto diverse. Il rischio di carbon leakage — la delocalizzazione delle produzioni inquinanti fuori dall’Europa — è concreto, e renderebbe la transizione europea inutile sul piano climatico e dannosa su quello economico. La soluzione non è rinunciare agli obiettivi, ma dotarsi degli strumenti per perseguirli senza suicidarsi industrialmente. Un’impresa difficile, che richiede una coerenza politica di cui l’Unione ha finora mostrato solo intermittenti capacità.
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