
di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
Il 22 aprile è arrivato e se n’è andato quasi in silenzio. Non perché non sia accaduto nulla — eventi, maratone multimediali, laboratori per bambini, il Villaggio per la Terra a Villa Borghese, il Festival del clima del Mediterraneo a Palermo — ma perché la crisi climatica, in questa settimana di aprile 2026, doveva competere con la guerra in Iran, i negoziati a Islamabad, il deficit al 3,1 per cento, il decreto Sicurezza e le polemiche sul 25 aprile. L’ambiente ha perso. Non per la prima volta, non per l’ultima. Ma in questo 2026, perdere il confronto con l’agenda del giorno ha un sapore particolare, perché la crisi climatica non è mai stata così direttamente intrecciata con quella energetica, con quella geopolitica, con quella economica. Hormuz bloccato, bollette in salita, inflazione che accelera: sono anche conseguenze del sistema fossile su cui l’economia mondiale continua a reggersi, e che la transizione ecologica avrebbe dovuto cominciare a smontare.
La 56ª edizione dell’Earth Day aveva un tema preciso: Our Power, Our Planet, il potere dei cittadini e delle comunità. Un messaggio che suona quasi come un’ammissione — il potere delle istituzioni non basta, tocca ai singoli fare la differenza. È un’idea giusta, ma parziale. Le azioni individuali contano, ma non sostituiscono le politiche pubbliche. E proprio sul fronte delle politiche pubbliche, il quadro italiano non è incoraggiante. Il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, approvato a fine 2023 con 361 misure su scala nazionale e regionale, resta in larga parte inattuato. L’Osservatorio nazionale per l’adattamento, previsto dallo stesso Piano, non è ancora stato istituito. Le risorse per attivare le misure non sono ancora state assegnate. Si è approvato un documento, si è prodotta carta. Poi il tempo è passato, le priorità sono cambiate, e le 361 misure attendono.
Nel frattempo i dati continuano ad accumularsi. I morti per caldo in Italia sono aumentati del 23 per cento negli ultimi due anni. Il Mediterraneo si scalda più velocemente del resto del mondo, con conseguenze su pesca, turismo costiero, disponibilità di acqua dolce. La Banca Mondiale, il 15 aprile, ha lanciato Water Forward, una piattaforma globale per la sicurezza idrica che fotografa la situazione con cifre difficili da ignorare: quattro miliardi di persone già oggi sperimentano scarsità d’acqua, il fattore idrico sostiene 1,7 miliardi di posti di lavoro nel mondo. Quando un’istituzione finanziaria decide di trattare l’acqua come priorità di sviluppo globale, il messaggio è trasparente: il clima non è più un dossier ambientale separato dall’economia. È una variabile strutturale della crescita, della stabilità, della coesione sociale.
Eppure la Giornata della Terra 2026 è arrivata e se n’è andata, come ogni anno. Con i suoi riti — il Villaggio, le maratone, i laboratori nelle scuole, i comunicati delle aziende sulla sostenibilità — e con la sua irrisolta tensione tra mobilitazione e cambiamento reale. Il rischio non è che la gente non capisca: è che la gente capisca benissimo, e non veda una risposta proporzionale alla comprensione. Ogni anno che passa senza politiche concrete diventa un anno in cui si allarga lo spazio tra ciò che si sa e ciò che si fa. Quello spazio ha un nome: disperazione. Ed è esattamente lì, in quello spazio, che crescono sia il disimpegno sia il radicalismo. Per le imprese che si interrogano sul proprio ruolo nella transizione ecologica, questo 22 aprile in sordina è un promemoria: il tempo per distinguersi tra chi comunica e chi agisce si sta riducendo. E chi non distingue tra i due, prima o poi, pagherà il conto.
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