
di Paolo Longobardi, Presidente di Unimpresa
È giusto che l’attenzione pubblica resti concentrata sulla guerra in Iran, sulle sue conseguenze militari, energetiche e diplomatiche. Ma sarebbe un errore lasciare che l’urgenza di quella crisi oscuri tutto il resto. Il mondo continua a muoversi anche altrove, e ci sono dossier che meritano attenzione proprio perché aiutano a capire come le grandi potenze stiano ripensando il proprio futuro. Tra questi c’è il caso del Giappone, che a quindici anni da Fukushima torna a interrogarsi sul nucleare, cioè su uno dei nodi più sensibili della sua storia recente.
Dopo il disastro del 2011, sembrava che la questione fosse chiusa per sempre. Il trauma di Fukushima aveva colpito non solo il sistema energetico, ma la coscienza nazionale. Tutti i 54 reattori furono fermati; oggi ne restano 33 considerati operabili e 15 sono già tornati in funzione, mentre altri impianti sono in attesa di riavvio o in fase di valutazione. Il governo giapponese punta inoltre a raddoppiare il peso del nucleare nel mix elettrico fino al 20% entro il 2040.
Eppure il tempo, insieme alla realtà economica, ha rimesso tutto in discussione. Il Giappone dipende fortemente dalle importazioni di combustibili fossili e la recente instabilità in Medio Oriente ha riacceso il tema della sicurezza energetica. Non a caso, nelle ultime settimane il rilancio del nucleare è tornato al centro del confronto politico ed economico giapponese proprio come risposta alla vulnerabilità degli approvvigionamenti.
Colpisce il cambiamento del clima nell’opinione pubblica. Secondo Reuters, il sostegno al ritorno dell’energia nucleare è in crescita e tra i giovani il consenso è particolarmente elevato: nella fascia 18-29 anni arriva al 66%. Non è soltanto un mutamento statistico. È il segnale che una parte del Paese, meno segnata direttamente dal trauma di Fukushima, guarda oggi all’energia atomica soprattutto come leva di stabilità, competitività e autonomia strategica.
Naturalmente, la ripartenza resta prudente e piena di contraddizioni. Le proteste dei movimenti antinucleari non sono scomparse, la carenza di specialisti resta un problema serio e perfino i riavvii annunciati procedono con rallentamenti e rinvii, come dimostra il recente slittamento dell’avvio commerciale di un reattore a Kashiwazaki-Kariwa.
Ma proprio qui sta il punto politico e storico. Il Giappone non sta celebrando il ritorno del nucleare. Sta cercando, con estrema cautela, di conciliare la memoria di una ferita nazionale con le esigenze di una grande economia industriale che non può permettersi dipendenze eccessive dall’estero. L’industria, da parte sua, punta su reattori di nuova generazione e su standard di sicurezza più elevati, nel tentativo di rendere credibile una tecnologia che in Giappone non potrà mai essere considerata neutra.
In questo senso, occuparsi oggi del Giappone non significa distrarsi dalla guerra in Iran. Significa, al contrario, capire come quella guerra e più in generale il disordine internazionale stiano influenzando le scelte strategiche di altri Paesi. Il ritorno del nucleare giapponese non è una vicenda locale: è uno degli effetti indiretti della nuova instabilità globale.
Ed è forse questa la lezione più interessante. Le grandi crisi non si limitano ai luoghi in cui esplodono. Producono conseguenze lontane, modificano priorità, riaprono capitoli che sembravano chiusi. Il Giappone, che più di altri conosce il prezzo del nucleare, oggi non lo rimuove né lo assolve: prova semplicemente a governarne il ritorno. Con prudenza, con memoria, con necessità.
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