
di Paolo Longobardi, Presidente di Unimpresa
Può un partito che le stesse autorità tedesche classificano come organizzazione di estrema destra guidare un governo regionale, ottant’anni dopo la caduta del nazismo? La domanda, fino a pochi mesi fa, sarebbe sembrata retorica. Oggi non lo è più. Le elezioni della scorsa settimana in Sassonia-Anhalt hanno visto Alternative für Deutschland superare il 40% dei consensi, doppiando la CDU dell’uscente Sven Schulze e ponendo le condizioni, se non per governare da sola, quantomeno per rendere la sua esclusione dal potere politicamente insostenibile nel lungo periodo.
Si tratta di un Land piccolo, poco più di due milioni di abitanti, meno del due per cento della popolazione tedesca. Ma la sua rilevanza simbolica è enorme, perché mette alla prova la cosiddetta Brandmauer, il muro di protezione che dal dopoguerra ha impedito ai partiti tradizionali di allearsi con le formazioni di estrema destra. Finché l’AfD restava sotto la soglia del venti, trenta per cento, isolarla nei numeri era possibile. Con percentuali superiori al quaranta, costruire maggioranze alternative diventa un esercizio aritmetico sempre più arduo, e la tenuta del cordone sanitario rischia di trasformarsi in un problema di governabilità prima ancora che di principio.
Le ragioni di questa crescita non sono un mistero: un malessere sociale profondo nelle regioni dell’ex Germania Est, la percezione di un abbandono da parte dei partiti di governo, la crisi economica che ha colpito duramente l’industria tedesca, automotive in testa. Non è un caso che la crescita dell’AfD proceda di pari passo con l’annuncio di piani di ristrutturazione drammatici da parte di colossi come Volkswagen, con decine di migliaia di posti di lavoro a rischio proprio nei territori dove la destra radicale raccoglie i consensi maggiori. Il legame tra insicurezza economica e radicalizzazione politica, in Europa, non è una teoria astratta: è una sequenza che si osserva, elezione dopo elezione, con una regolarità che dovrebbe preoccupare chi governa.
Per l’Italia e per il sistema delle imprese, la vicenda tedesca non è materia di sola cronaca estera. La Germania resta il primo partner commerciale del nostro Paese, e l’instabilità politica di Berlino, sommata alla crisi del suo motore industriale, si ripercuote inevitabilmente sulle catene di fornitura italiane, in particolare nel comparto automotive e nella meccanica di precisione, dove migliaia di piccole e medie imprese lavorano come subfornitrici dei grandi gruppi tedeschi. Un’eventuale instabilità di governo in uno dei Länder più esposti alla transizione industriale non è dunque un fatto lontano, ma un rischio concreto per la programmazione di chi esporta verso la Germania o ne dipende per componenti e commesse.
C’è poi una lezione più generale, che riguarda la tenuta delle democrazie europee di fronte al malcontento economico. Quando la crescita rallenta, quando le imprese chiudono o delocalizzano, quando i redditi reali non tengono il passo dei prezzi, il consenso verso le forze radicali si rafforza quasi meccanicamente, indipendentemente dalla qualità delle loro proposte di governo. È un monito che vale anche per l’Italia, dove il sistema produttivo, pur mostrando segnali di tenuta superiori a quelli tedeschi, non può considerarsi immune da dinamiche analoghe se il potere d’acquisto delle famiglie e la competitività delle imprese continueranno a essere messi sotto pressione.
Il voto di Sassonia-Anhalt, in questo senso, non riguarda soltanto la Germania. Riguarda l’intera architettura politica ed economica dell’Unione, che si trova a fare i conti, contemporaneamente, con la crisi della sua industria di punta e con la crescita di forze che di quella crisi si nutrono. Le imprese europee, quelle italiane comprese, hanno bisogno di stabilità politica quanto di stabilità dei conti pubblici: le due cose, come dimostra questa vicenda, sono più intrecciate di quanto si sia disposti ad ammettere.
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