
di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
C’è una statistica pubblicata questa settimana che vale più di molte analisi sociologiche. Tra i giovani italiani della Generazione Z, il 55 per cento dichiara di avere sogni, il 52 per cento si descrive come determinato, il 52 per cento afferma di avere capacità adattive. Poi si passa alla domanda successiva: quanti di loro hanno una visione positiva del futuro? Il 33 per cento. Quanti guardano la propria vita con ottimismo? Il 37 per cento. Il divario tra quello che i ragazzi sentono di essere e quello che si aspettano dalla vita è il ritratto più preciso che si possa fare di una generazione: una generazione in potenza, come la chiama il sociologo Enzo Risso che ha curato la ricerca, non in atto. Un’identità che c’è, ma che non riesce a dispiegarsi. Un futuro che si intravede ma non si riesce a abitare.
Non è la prima ricerca a fotografare questo paesaggio. L’indagine Iard 2025 aveva già segnalato che il 62,4 per cento degli adolescenti italiani guarda al futuro con pessimismo, soprattutto per le tensioni legate alla guerra e al degrado ambientale. Ipsos ha documentato una generazione che vuole stabilità lavorativa, relazioni durature, serenità — le stesse cose di sempre, in fondo — ma che le trova irraggiungibili in un contesto economico e sociale che non sembra costruito per aiutarli. Non è rassegnazione, almeno non ancora. È qualcosa di più sottile e forse più preoccupante: è la sensazione di essere attrezzati per un mondo che non esiste, o che non esiste più.
I dati sulle distanze sociali dentro questa generazione meritano attenzione. I figli del ceto medio hanno il 60 per cento di sogni realizzabili contro il 50 dei ragazzi dei ceti popolari. Hanno più motivazione, più entusiasmo, più capacità di perseguire un obiettivo. Non perché siano più bravi o più coraggiosi, ma perché crescono in un contesto che amplifica le possibilità invece di ridurle. La Generazione Z viene spesso trattata come un blocco omogeneo — i nativi digitali, gli Zoomers, quelli che non rispondono al telefono — mentre in realtà è attraversata da diseguaglianze di partenza che il sistema educativo e il mercato del lavoro faticano a correggere. Chi nasce in una famiglia con reddito alto finisce l’università, fa uno stage all’estero, entra nel mercato del lavoro con una rete di relazioni già costruita. Chi nasce in periferia, in una famiglia che non arriva a fine mese, si trova ad affrontare lo stesso futuro incerto con strumenti molto meno solidi.
C’è poi un elemento che le ricerche faticano a catturare con i numeri, ma che chiunque lavori con i giovani riconosce immediatamente: il peso del presente. I ragazzi di oggi vivono in un ecosistema informativo costruito per consegnare le notizie peggiori nel modo più rapido e invasivo possibile. Guerra, crisi climatica, inflazione, pandemia prima, energia adesso. Ogni notifica è un aggiornamento su qualcosa che peggiora. In questo contesto, costruirsi un futuro richiede uno sforzo attivo di distanza dal rumore — uno sforzo che non tutti sono in grado di fare, e che nessuno insegna sistematicamente a scuola.
Per le imprese, tutto questo ha un risvolto pratico che va oltre la sociologia. I giovani che entrano oggi nel mercato del lavoro cercano stabilità, senso, equilibrio tra vita e lavoro. Non sono pigri né disimpegnati: sono esigenti in modo diverso da come lo erano i loro genitori. Chiedono di capire perché stanno facendo quello che fanno. Chiedono coerenza tra i valori dichiarati dall’azienda e quelli praticati. Chiedono di non sacrificare tutto sull’altare della carriera in un mondo che non garantisce più che quel sacrificio venga ripagato. Ignorare queste aspettative non risolve il problema. Lo sposta, fino al momento in cui diventa turnover, disimpegno, talento che va altrove. Capirle, invece, è il punto di partenza per costruire ambienti di lavoro che funzionino davvero — per loro, e per chi li accoglie.
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