
di Paolo Longobardi, Presidente di Unimpresa
Non capita spesso che un vertice del G20 si chiuda senza un comunicato finale condiviso. È accaduto ad Asheville, tra le montagne della Carolina del Nord, dove i ministri delle finanze e i governatori delle banche centrali delle maggiori economie del mondo si sono riuniti per due giorni sotto la presidenza statunitense senza riuscire a trovare un testo comune su cui tutti fossero disposti a mettere la firma. Il ministro dell’Economia italiano Giancarlo Giorgetti lo ha sintetizzato con una formula che vale più di mille analisi: “Un G20 complicato, in tempi particolari”.
La scelta della sede non era casuale. Asheville è stata devastata due anni fa dall’uragano Helene, che causò oltre 250 morti e danni per quasi 80 miliardi di dollari lungo la costa orientale degli Stati Uniti: ospitarvi il vertice finanziario mondiale era, nelle intenzioni del segretario al Tesoro americano Scott Bessent, un modo per mettere in mostra la resilienza di un territorio ferito. Ma la scelta simbolica non ha attenuato le distanze sostanziali emerse nei lavori. Sul tavolo c’erano temi che toccano direttamente la vita delle imprese di tutto il mondo: gli squilibri commerciali globali, la ristrutturazione del debito sovrano dei Paesi più fragili, la regolamentazione delle valute digitali, la sicurezza delle catene di approvvigionamento energetico e alimentare.
Il nodo più delicato ha riguardato la Cina. Bessent ha chiesto ai partner del G20 di rivedere le condizioni commerciali in vigore con Pechino, il cui surplus commerciale, superiore ai 1.200 miliardi di dollari, è stato definito insostenibile per l’equilibrio dell’economia mondiale. È una posizione che riflette la linea di pressione economica sulla Cina portata avanti dall’amministrazione statunitense, e che si intreccia con il capitolo, altrettanto delicato, delle sanzioni sull’Iran, discusso a margine dei lavori ufficiali. Non stupisce che, di fronte a un ordine del giorno così carico di tensioni geopolitiche prima ancora che tecniche, trovare una sintesi condivisa in un documento finale sia risultato impossibile.
Per l’Italia, presente con un ministro che ha ricevuto pubblico apprezzamento dallo stesso Bessent per la linea di politica economica seguita in questi anni, il vertice ha avuto comunque un valore concreto, fatto di incontri bilaterali: con il Canada, con la Corea del Sud, con il Qatar, con il Regno Unito. Sono contatti che, al di là della retorica dei comunicati ufficiali, costruiscono nel tempo le relazioni economiche su cui si regge l’internazionalizzazione delle imprese italiane, comprese quelle di dimensione medio-piccola che sempre più spesso trovano nei mercati asiatici e del Golfo sbocchi alternativi rispetto ai tradizionali partner europei.
C’è però un elemento che merita una riflessione più ampia, al di là della cronaca del singolo vertice. Un G20 che si chiude senza un testo comune non è soltanto un fallimento diplomatico: è il sintomo di un multilateralismo economico sempre più in affanno, in cui le grandi potenze faticano a trovare un linguaggio condiviso anche su questioni tecniche come la regolamentazione bancaria o la stabilità finanziaria globale. Per un Paese come l’Italia, la cui economia dipende in misura significativa dall’export e dall’apertura dei mercati internazionali, questa frammentazione crescente rappresenta un rischio da non sottovalutare. Le imprese italiane, in particolare quelle che negli ultimi anni hanno diversificato i propri mercati di sbocco proprio per ridurre la dipendenza da un’unica area geografica, sanno bene quanto la stabilità delle regole del commercio internazionale sia un bene comune prezioso, oggi più eroso di quanto non lo fosse anche solo un decennio fa.
Resta, sullo sfondo, la data di dicembre, quando i capi di Stato e di governo del G20 si ritroveranno a Miami per il vertice dei leader. Sarà quella l’occasione per verificare se le divergenze emerse ad Asheville sui dossier tecnici troveranno una qualche ricomposizione al livello politico più alto, o se la stagione della cooperazione economica multilaterale, così come l’abbiamo conosciuta negli ultimi decenni, si stia progressivamente esaurendo. Per le imprese che operano sui mercati globali, in un modo o nell’altro, la risposta a questa domanda peserà più di molte altre variabili macroeconomiche.
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