Le tecnologie che definiranno il XXI secolo — dall’intelligenza artificiale all’esplorazione spaziale, dalla ricerca oceanica alla sicurezza cibernetica — non sono più terreno esclusivo di pionieri privati o di startup visionarie. Stanno tornando, con forza, sotto l’ala dello Stato. L’innovazione, dopo decenni di deregolazione e privatizzazione, sta riscoprendo il bisogno di un arbitro, di un attore pubblico capace di indirizzare, finanziare e, in alcuni casi, controllare. Interresanti ragionamenti in questo terreno li ha fatti Ferruccio De Bortoli sul Corriere della Sera.
La mia visione è la seguente. L’intelligenza artificiale, i sistemi quantistici, l’aerospazio: quasi tutti i grandi fronti tecnologici richiedono oggi capitali enormi, infrastrutture strategiche, catene di approvvigionamento protette. Non bastano più le logiche del mercato. Servono governi forti, alleanze pubbliche e industriali solide, talvolta veri e propri “monopolisti risoluti”, come li definiva con ironia l’economista John Kenneth Galbraith, per evitare che l’innovazione diventi un campo di battaglia tra potenze private incontrollate.
La sicurezza e il riarmo, d’altra parte, hanno ridefinito il concetto stesso di tecnologia strategica. Le grandi piattaforme digitali sono ormai anche fornitori militari: satelliti, cloud sovrani, intelligenze artificiali predittive. Il confine tra innovazione civile e difesa si fa sottile, sollevando domande cruciali sui rapporti tra governi committenti e aziende private. Chi decide le priorità, chi controlla i dati, chi stabilisce i limiti etici dell’applicazione militare di un algoritmo?
In questo scenario, l’Europa e l’Italia pagano una fragilità strutturale. Mancano giganti industriali capaci di competere, in capitalizzazione e potenza tecnologica, con le grandi corporation americane e cinesi. Non esistono in Europa imprese che valgano migliaia di miliardi di dollari. Il nostro tessuto produttivo eccelle nella qualità, ma non nella scala; nella ricerca, ma non nella capacità di trasformarla in leadership globale.
La questione, quindi, non è solo economica. È politica. Riguarda la sovranità tecnologica, la possibilità per un continente di non dipendere interamente da architetture digitali e infrastrutture energetiche progettate altrove. Senza un’industria capace di generare innovazione autonoma, l’Europa rischia di diventare un grande mercato di consumo, non un laboratorio di futuro.
La lezione è chiara: le tecnologie del domani non possono essere lasciate solo al mercato né affidate al caso. Richiedono visione pubblica, regole condivise, investimenti lungimiranti. E soprattutto, una consapevolezza collettiva che l’innovazione non è neutrale. È una forma di potere.
Classe 1954, imprenditore, inizia il suo percorso professionale a Castellammare di Stabia, cittadina affacciata sul Golfo di Napoli, dove tuttora risiede. Dopo una prima esperienza nell’azienda di famiglia, specializzata nel comparto florovivaistico e agroalimentare, decide di investire nel settore dei servizi alle imprese, fonda così l’Associazione Imprese Artigiane della provincia di Napoli, una innovativa e dinamica realtà di servizi orientati alle esigenze del mercato delle PMI, costituita con un gruppo di imprenditori. Si è fatto promotore di molte iniziative. Tra queste, l’organizzazione di scuole estive di management per Quadri e Dirigenti, compagne di comunicazione, convegni e seminari incentrati sui temi della rappresentatività e sulle problematiche delle imprese. Nel 2003, ispirandosi alla nuova regolamentazione europea riguardo le PMI, e dopo un’attenta e scrupolosa riflessione, insieme con un ristretto e qualificato gruppo dei soci fondatori, decide di trasformare l’Associazione Imprese Artigiane in una Confederazione a carattere nazionale denominandola UNIMPRESA, Unione Nazionale di Imprese. Nel 2009 viene insito del premio Guido D’Orso per il contributo che l’associazionismo delle pmi, basato su principi etici e di solidarietà tra le persone, ha dato e potrà dare per un reale sviluppo economico e sociale del mezzogiorno. Nel 2025 ha ricevuto l’Attestato al merito dell’operosità aristocrazia del lavoro dall’unione della Legion d’Oro quale riconoscimento delle particolari benemerenze acquisite nel campo della sua attività professionale nel settore dei servizi alle imprese. Sotto la sua guida, la Confederazione ha raggiunto ragguardevoli traguardi.
Classe 1954, imprenditore, inizia il suo percorso professionale a Castellammare di Stabia, cittadina affacciata sul Golfo di Napoli, dove tuttora risiede. Dopo una prima esperienza nell’azienda di famiglia, specializzata nel comparto florovivaistico e agroalimentare, decide di investire nel settore dei servizi alle imprese, fonda così l’Associazione Imprese Artigiane della provincia di Napoli, una innovativa e dinamica realtà di servizi orientati alle esigenze del mercato delle PMI, costituita con un gruppo di imprenditori. Si è fatto promotore di molte iniziative. Tra queste, l’organizzazione di scuole estive di management per Quadri e Dirigenti, compagne di comunicazione, convegni e seminari incentrati sui temi della rappresentatività e sulle problematiche delle imprese. Nel 2003, ispirandosi alla nuova regolamentazione europea riguardo le PMI, e dopo un’attenta e scrupolosa riflessione, insieme con un ristretto e qualificato gruppo dei soci fondatori, decide di trasformare l’Associazione Imprese Artigiane in una Confederazione a carattere nazionale denominandola UNIMPRESA, Unione Nazionale di Imprese. Nel 2009 viene insito del premio Guido D’Orso per il contributo che l’associazionismo delle pmi, basato su principi etici e di solidarietà tra le persone, ha dato e potrà dare per un reale sviluppo economico e sociale del mezzogiorno. Nel 2025 ha ricevuto l’Attestato al merito dell’operosità aristocrazia del lavoro dall’unione della Legion d’Oro quale riconoscimento delle particolari benemerenze acquisite nel campo della sua attività professionale nel settore dei servizi alle imprese. Sotto la sua guida, la Confederazione ha raggiunto ragguardevoli traguardi.
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