
di Paolo Longobardi, Presidente di Unimpresa
Che la Treccani abbia scelto “fiducia” come parola dell’anno 2025 non stupisce. Colpisce, piuttosto, la risonanza che questo termine antico — ereditato dal latino fides, radicato nella tradizione medievale e nella nostra cultura civile — torna ad avere in un tempo che sembra averne smarrito il respiro.
Il 2025 si è aperto sotto il segno dell’incertezza: conflitti che si moltiplicano, instabilità geopolitica, timori economici, un senso diffuso di disorientamento sociale. In questo scenario, la fiducia non è un lusso emotivo, ma una necessità strutturale. È la condizione che permette alle società di tenersi insieme quando tutto intorno sembra sfaldarsi.
Treccani parla di “un patrimonio etico condiviso che nutre il vivere comune”. È una definizione che restituisce la profondità del concetto: la fiducia non è mai una scelta individuale isolata. Vive di relazioni, di legami, di responsabilità reciproche. È un movimento che va in due direzioni: fiducia in sé, per non soccombere alla paura; fiducia negli altri, per riconoscere la possibilità di un destino condiviso; fiducia nelle istituzioni, affinché siano all’altezza del compito.
Per molti giovani, racconta l’Enciclopedia, fiducia è stata una delle parole più cercate dell’anno. Non è un dato marginale: è il riflesso di una generazione che percepisce il bisogno di credere in qualcosa senza temere di essere delusa, che avverte la fragilità dei legami e, proprio per questo, desidera ricostruirli.
La fiducia, lo sappiamo, non è mai garantita. Si conquista, si merita, come ricordava Giovanni Paolo II. È fatta di piccoli gesti quotidiani più che di grandi dichiarazioni: coerenza, trasparenza, impegno, responsabilità. E allo stesso tempo è vulnerabile, esposta alle infedeltà, alle crisi, alla sfiducia collettiva che può diventare corrosiva.
In un’epoca in cui domina la logica del sospetto — verso la politica, l’informazione, l’economia, persino verso la scienza — scegliere la fiducia non significa ingenuità. Significa decidere che il futuro vale più della paura. Che il legame sociale non è un dato, ma un compito.
La parola fiducia torna così a essere una bussola. Un invito a riallacciare fili che si sono indeboliti, a ricucire discontinuità, a ricostruire comunità che non si limitino a convivere, ma che sappiano condividere. E in un anno incerto come il 2025, forse è il segnale più necessario: ricordarci che nessuna società può reggersi sull’isolamento. Che il vivere comune, per essere vivo davvero, ha bisogno di un movimento semplice e potentissimo: affidarsi gli uni agli altri.
Per Unimpresa, la parola fiducia non è soltanto un valore evocativo, ma il cardine stesso della sua missione. È l’asset immateriale che sostiene ogni attività economica: senza fiducia non esistono investimenti, non si avviano progetti, non si costruiscono relazioni durature tra imprese, lavoratori, istituzioni e comunità. Ma è anche un atteggiamento indispensabile per guardare al futuro con ottimismo, soprattutto in una fase storica segnata da incertezze e tensioni globali. La visione di Unimpresa e quella mia personale si fondano proprio su questo: credere nel potenziale delle piccole e medie imprese, nella loro capacità di innovare e resistere, e costruire un clima di fiducia reciproca che permetta al Paese di crescere, cooperare e ritrovare prospettive positive.
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