
di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
Ci sono notizie che meriterebbero più risalto di quanto ne ricevano, schiacciate come sono tra le urgenze quotidiane dell’informazione. Il rapporto Sofi 2026 sullo Stato della sicurezza alimentare e della nutrizione nel mondo, pubblicato da cinque agenzie delle Nazioni Unite — Fao, Ifad, Unicef, Programma alimentare mondiale e Organizzazione mondiale della sanità — offre uno di questi dati: per il terzo anno consecutivo, la fame nel mondo è diminuita. Nel 2025 ne ha sofferto il 7,8% della popolazione globale, contro l’8,1% del 2024 e l’8,6% del 2022. Sono circa 645 milioni le persone denutrite, quaranta milioni in meno rispetto ai picchi recenti.
È un dato che, isolato dal contesto, potrebbe suggerire un cauto ottimismo. La realtà che il rapporto restituisce è però più stratificata, e per certi versi più inquietante. Per la prima volta nella storia di questo monitoraggio, l’Africa ha superato l’Asia per numero assoluto di persone che soffrono la fame: 309 milioni contro 292 milioni. Una cifra quasi raddoppiata in appena quindici anni, spiegano le agenzie Onu, a causa del sommarsi di conflitti, sfollamenti, crisi climatiche e shock economici che si rinforzano a vicenda in un continente dove la crescita demografica resta tra le più rapide al mondo. La quota della popolazione africana che soffre la fame si è stabilizzata, scendendo lievemente dal 20,3% del 2024 al 20,0% del 2025, ma il numero assoluto continua a crescere per il semplice effetto della crescita della popolazione.
C’è poi un secondo livello di lettura, ancora più preoccupante del primo. Il miglioramento registrato a livello aggregato convive con una realtà in cui 2,1 miliardi di persone vivono ancora in condizioni di insicurezza alimentare moderata o grave, e quasi un terzo della popolazione mondiale non riesce a permettersi una dieta sana. Il rapporto quantifica con precisione il costo di questa soglia: garantire un’alimentazione equilibrata costa oggi, in media, 4,28 dollari al giorno a persona, una cifra che l’inflazione alimentare globale continua a spingere verso l’alto e che resta semplicemente fuori portata per centinaia di milioni di famiglie.
Il capitolo più inquietante del rapporto riguarda però le proiezioni per i prossimi cinque anni, elaborate alla luce del conflitto in corso in Medio Oriente. A seconda della durata dell’impatto della crisi sull’inflazione alimentare — alimentata a sua volta dall’aumento dei prezzi dell’energia e dei fertilizzanti, entrambi colpiti dalle tensioni nel Golfo e nel Mar Rosso — le agenzie Onu stimano che nel 2030 tra 510 e 520 milioni di persone potrebbero ancora soffrire la fame, contro una proiezione più contenuta di 503 milioni nello scenario precedente al conflitto. È la dimostrazione plastica di come le crisi geopolitiche che dominano le prime pagine dei giornali per le loro conseguenze sui mercati finanziari e sui prezzi dell’energia abbiano un effetto a catena su chi vive già ai margini della sicurezza alimentare, in aree geografiche spesso lontane dal teatro diretto del conflitto.
Le agenzie Onu segnalano inoltre come altri fattori di rischio, in particolare gli eventi meteorologici estremi legati al fenomeno climatico El Niño previsti per il 2026 e il 2027, non siano stati inclusi in queste proiezioni e potrebbero aggravarle ulteriormente. È un promemoria di quanto la sicurezza alimentare globale resti esposta a una molteplicità di shock che si sommano tra loro, rendendo ogni progresso conquistato faticosamente vulnerabile a un singolo evento esterno, che si tratti di un conflitto armato o di un’anomalia climatica.
Per un Paese come l’Italia, che della sicurezza alimentare ha fatto negli ultimi anni un tema di politica estera e di cooperazione allo sviluppo, oltre che una componente della propria proiezione internazionale nel Mediterraneo allargato e in Africa, questi dati non sono soltanto una questione umanitaria distante. Rappresentano anche un indicatore delle aree del mondo dove instabilità sociale, migrazioni forzate e tensioni geopolitiche troveranno terreno più fertile nei prossimi anni. Investire nella sicurezza alimentare globale, attraverso la cooperazione bilaterale e multilaterale, non è soltanto un imperativo etico ma una scelta di lungimiranza strategica, in un mondo dove la fame e l’instabilità politica continuano a intrecciarsi in un circolo che si autoalimenta.
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