
di Paolo Longobardi, Presidente di Unimpresa
Sei Paesi dell’Unione europea che si muovono compatti per proporre una tassa sugli extraprofitti delle compagnie petrolifere non sono una notizia da archiviare in fretta, soprattutto in una fase in cui le tensioni nello stretto di Hormuz stanno già spingendo verso l’alto il costo dell’energia per famiglie e imprese. L’idea, di per sé, risponde a un principio di equità che in astratto è difficile contestare: se una crisi geopolitica genera profitti straordinari per chi vende petrolio e gas, appare legittimo chiedersi se una parte di quei margini eccezionali non debba contribuire a mitigare gli effetti della stessa crisi su chi quei rincari li subisce.
Il precedente più recente, quello introdotto in Europa durante la crisi energetica seguita all’invasione dell’Ucraina, offre però indicazioni utili su come uno strumento nato con intenti perequativi possa produrre effetti distorsivi se applicato senza sufficiente precisione tecnica. In quella occasione, diversi Paesi membri adottarono criteri differenti per definire cosa costituisse un profitto “straordinario”, generando incertezza normativa e, in alcuni casi, disincentivando gli investimenti nel settore energetico proprio nel momento in cui sarebbe servita più capacità produttiva, non meno.
Per le piccole e medie imprese italiane, il tema degli extraprofitti energetici non è una questione che riguarda solo le grandi compagnie petrolifere quotate in borsa. Riguarda, indirettamente ma in modo molto concreto, i costi che quelle stesse imprese sostengono per l’energia necessaria a produrre. Una tassa mal calibrata, che scoraggi gli investimenti nella capacità di raffinazione o nella diversificazione delle fonti di approvvigionamento, rischia paradossalmente di mantenere più alti, e non più bassi, i prezzi dell’energia nel medio periodo, con l’effetto di colpire proprio quelle imprese che il provvedimento vorrebbe indirettamente proteggere.
C’è poi una questione di metodo che merita attenzione. Un’iniziativa promossa da sei Paesi su ventisette rischia di produrre un mosaico normativo frammentato all’interno del mercato unico europeo, con imprese energetiche soggette a regimi fiscali differenti a seconda del Paese in cui operano. Per un settore che opera su scala continentale, con infrastrutture e catene di approvvigionamento interconnesse tra i diversi Stati membri, la frammentazione normativa è quasi sempre un costo aggiuntivo, non una soluzione. Se l’obiettivo è redistribuire risorse straordinarie generate da una crisi che ha natura geopolitica e quindi sovranazionale, la risposta più coerente dovrebbe essere anch’essa costruita a livello europeo, con criteri uniformi e con un utilizzo delle risorse raccolte chiaramente destinato a mitigare l’impatto dei rincari energetici sul sistema produttivo, in particolare sulle piccole imprese meno attrezzate ad assorbire shock di questa natura.
L’Italia, in questo dibattito, ha un interesse specifico da difendere. Il nostro sistema produttivo, fortemente dipendente dalle piccole e medie imprese manifatturiere, sconta già un costo dell’energia superiore a quello di altri partner europei, e qualunque intervento sul fronte degli extraprofitti dovrebbe essere valutato anche alla luce di questo squilibrio competitivo preesistente. Non si tratta di difendere le rendite delle compagnie energetiche, ma di assicurarsi che ogni euro raccolto attraverso una tassazione straordinaria trovi una destinazione trasparente e diretta verso chi, in questi mesi, sta pagando il prezzo più alto dell’instabilità energetica: le famiglie con le bollette e le imprese con i costi di produzione.
Si può guardare con favore al principio di equità che ispira la proposta. Perciò la sua traduzione normativa va affidata a un disegno tecnico rigoroso, capace di distinguere tra profitto straordinario e margine ordinario di un settore capital-intensive, e che preveda un utilizzo vincolato delle risorse a sostegno della competitività energetica delle imprese, a partire da quelle di minori dimensioni che oggi hanno meno strumenti per proteggersi dalla volatilità dei mercati internazionali dell’energia.
- Germania, la fine di un tabù - 9 Settembre 2026
- Cernobbio, la prova di realismo dell’Italia - 7 Settembre 2026
- La fiducia torna a crescere e non è un dettaglio - 5 Settembre 2026





