
di Paolo Longobardi, Presidente di Unimpresa
Gli ultimi dati sull’andamento dell’economia europea, certificati dagli indici previsionali, ci consegnano un quadro che merita più attenzione politica di quanto non sembri a prima vista. Voglio condividere un ragionamento sugli ultimi dati relativi al Pmi. Che non vuol dire, in questo caso, piccole e medie imprese, ma è l’acronimo di Purchasing Managers’ Index, è un indicatore che misura le aspettative e l’attività dei responsabili degli acquisti nelle imprese: si tratta di uno strumento prezioso perché anticipa, meglio di altri dati, la direzione in cui si muovono i settori produttivi. Un livello sopra i 50 punti indica crescita, al di sotto segnala contrazione.
Ebbene, a settembre il Pmi complessivo dell’Eurozona è salito a 51,2 dai 51 di agosto. Un passo in avanti, certo, ma ancora troppo timido per parlare di una ripresa solida. Dentro questo numero si nasconde una doppia velocità: i servizi crescono, portandosi da 50,5 a 51,4, mentre la manifattura arretra da 50,7 a 49,5. Una dicotomia che racconta molto della debolezza strutturale della nostra economia.
La Germania, cuore industriale dell’Europa, mostra segnali di resilienza, ma la Francia continua a deludere e si conferma l’anello debole della catena. La contrazione manifatturiera è il sintomo più allarmante, perché significa produzione in calo, ordini che rallentano, posti di lavoro a rischio. Se l’Eurozona regge, lo deve soprattutto ai servizi, ma non possiamo illuderci che un’economia possa crescere senza un apparato manifatturiero forte.
A questa fotografia si aggiunge un fattore di incertezza che non è ancora entrato a pieno titolo nei numeri: i dazi imposti dagli Stati Uniti. È solo questione di tempo prima che il loro impatto si scarichi sul prodotto interno lordo europeo. E sappiamo bene che le barriere commerciali non colpiscono solo le grandi aziende esportatrici, ma anche le piccole e medie imprese che lavorano nell’indotto, spesso senza strumenti adeguati per proteggersi da shock improvvisi.
In questo scenario, la politica europea non può permettersi l’inerzia. Servono decisioni rapide e coordinate per sostenere la manifattura, rilanciare gli investimenti, semplificare le regole e rafforzare i mercati interni. Non basta affidarsi alla resilienza dei servizi o alla capacità di tenuta della Germania: occorre una strategia comune che protegga le nostre economie dalle tempeste globali e che non lasci soli i Paesi più vulnerabili, Italia compresa.
Il rischio è che ci si abitui a una crescita al rallentatore, con un’Europa che resta sospesa in una zona grigia: non più in recessione, ma neppure in grado di competere ad armi pari con Stati Uniti e Cina. Sarebbe l’errore più grave. L’Europa non può essere terra di mezzo, deve tornare a essere motore di sviluppo e di innovazione.
Le piccole e medie imprese italiane, che rappresentano il cuore pulsante del nostro tessuto produttivo, guardano a Bruxelles e a Roma chiedendo una cosa semplice: certezze. Certezze fiscali, regolatorie, finanziarie. Perché senza stabilità e senza politiche industriali lungimiranti, i numeri del Pmi resteranno inchiodati a una fragile mediocrità.





