
di Paolo Longobardi, Presidente di Unimpresa
Il voto sul Mercosur non è stato un incidente di percorso né un semplice stop tecnico. È stato uno specchio. Ha restituito l’immagine di un’Unione Europea attraversata da paure, interessi divergenti e, soprattutto, da una crescente difficoltà a decidere. Non sul merito di un accordo commerciale, ma sul senso stesso dell’agire comune.
La frattura non corre più soltanto tra governi o tra famiglie politiche. Attraversa i Paesi, i partiti, le istituzioni. Dietro il rinvio della ratifica c’è il peso di settori economici che temono la concorrenza globale, c’è l’uso politico del diritto come strumento di rallentamento, c’è una sfiducia crescente verso la Commissione e verso l’idea che Bruxelles possa ancora essere il luogo della sintesi. È una dinamica che va ben oltre l’Italia e che segnala un logoramento profondo.
Il punto, però, non è l’agricoltura né il commercio. È la perdita di una visione condivisa. L’Europa fatica a tenere insieme protezione e apertura, interesse nazionale e strategia continentale. E quando questo equilibrio salta, ogni dossier diventa un terreno di scontro simbolico, un’occasione per misurare forze, lanciare segnali, indebolire l’altro. In questo gioco, l’Unione perde tempo e credibilità.
Il quadro internazionale rende tutto più urgente. Le certezze transatlantiche non sono più tali, l’ambiguità americana sul fronte della sicurezza europea non è una provocazione passeggera ma un dato strutturale. La guerra in Ucraina, le tensioni commerciali, la competizione globale impongono scelte che non possono essere rinviate all’infinito. Eppure l’Europa appare spesso paralizzata, incapace di trasformare l’ansia in progetto.
È in questo vuoto che nasce l’idea, ancora informale ma sempre meno tabù, di una difesa europea autonoma, persino di una Nato senza gli Stati Uniti. Non è una proposta definita, né una soluzione pronta. È piuttosto il sintomo di un disagio: la consapevolezza che dipendere interamente da altri per la propria sicurezza non è più sostenibile. Ma anche il segnale di un rischio enorme: quello di un’Europa che si divide tra chi può permettersi di fare un salto e chi resta indietro, certificando una frattura irreversibile.
L’Italia riflette questa incertezza. Le divisioni interne, spesso lette come tattica politica, sono in realtà il riflesso di una domanda più profonda: dove vogliamo stare, e con chi? Senza una risposta chiara, ogni voto europeo diventa un campo minato, ogni vertice un esercizio di equilibrismo.
Il vero nodo è questo: l’Europa non può più limitarsi a gestire le emergenze. Deve decidere se vuole essere uno spazio di protezione coordinata o un arcipelago di interessi in competizione. Se intende contare come soggetto politico o adattarsi a un ruolo marginale. Le spaccature attuali non sono il problema, ma il segnale. Ignorarle significa accettare che le decisioni vengano prese altrove. Il tempo delle suggestioni sta finendo. Ora serve una scelta. Anche imperfetta. Anche rischiosa. Ma condivisa. Perché un’Europa che non decide è un’Europa che, lentamente, si sfila dalla storia.
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