
di Paolo Longobardi, Presidente di Unimpresa
C’è una geografia della potenza che sta cambiando sotto i nostri occhi, e il ghiaccio artico ne è diventato, paradossalmente, il terreno più caldo. Da oggi e fino a domani la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen è a Nuuk, capitale della Groenlandia, per una missione che due anni fa sarebbe apparsa marginale nell’agenda di Bruxelles e che oggi, invece, occupa un posto di primo piano nella strategia europea. Non è un caso isolato: il commissario per i Partenariati internazionali Jozef Síkela vi si era già recato in maggio, in occasione della conferenza “Future Greenland 2026”, e la visita di questi giorni ne rappresenta la naturale prosecuzione.
Il programma della missione racconta bene le priorità in gioco. Von der Leyen visiterà la calotta glaciale a bordo di un’imbarcazione insieme al primo ministro groenlandese Jens-Frederik Nielsen e alla premier danese Mette Frederiksen; il giorno successivo i tre leader avvieranno un progetto di connettività satellitare rafforzata e firmeranno una nuova dichiarazione congiunta UE-Groenlandia-Danimarca. Al centro dei colloqui, secondo quanto reso noto dalla Commissione, ci sono le materie prime critiche, la sicurezza artica e la cooperazione infrastrutturale: tre capitoli che, messi insieme, delineano una scommessa strategica di lungo periodo sull’autonomia europea in un settore, quello delle risorse minerarie rare, in cui il continente ha accumulato una dipendenza pericolosa da fornitori extraeuropei.
La Commissione ha proposto di destinare alla Groenlandia 530 milioni di euro nel periodo 2028-2034, all’interno di un pacchetto complessivo da 999 milioni riservato ai Paesi e territori d’oltremare legati all’Unione. Sono cifre che, se rapportate ai grandi numeri della finanza pubblica europea, possono apparire contenute, ma che assumono un significato politico ben più ampio: rappresentano la volontà di Bruxelles di radicare una presenza economica stabile in un territorio che, complice il ritiro dei ghiacci, sta diventando sempre più centrale per le rotte commerciali artiche, per l’estrazione di terre rare e per il controllo delle infrastrutture di comunicazione satellitare.
Per il sistema produttivo italiano, la vicenda groenlandese può sembrare lontana, ma non lo è affatto. Le materie prime critiche, dal litio alle terre rare, sono l’ingrediente indispensabile per interi comparti industriali, dall’elettronica alla componentistica per veicoli elettrici, dalle energie rinnovabili alla difesa. Un’Europa capace di diversificare le proprie fonti di approvvigionamento, riducendo la dipendenza quasi monopolistica dalla Cina in questo settore, offre alle imprese manifatturiere italiane una prospettiva di maggiore sicurezza negli approvvigionamenti e, potenzialmente, condizioni di prezzo meno esposte a shock geopolitici improvvisi. È un beneficio indiretto ma concreto, che si aggiunge alle opportunità dirette che progetti infrastrutturali di questa portata possono generare per le imprese italiane specializzate in ingegneria, logistica e tecnologie satellitari.
C’è, in questa missione, anche un significato geopolitico che va oltre l’aspetto economico. La Groenlandia è tornata al centro dell’attenzione internazionale negli ultimi anni per le ambizioni, esplicitate a più riprese da Washington, di un maggiore controllo statunitense sul territorio, ufficialmente parte del Regno di Danimarca. La visita di von der Leyen, con la firma di una dichiarazione congiunta UE-Groenlandia-Danimarca, va letta anche come un segnale di sostegno politico a un partner che si trova sotto pressione, e come un tentativo di rafforzare l’autonomia strategica europea in una regione che rischia altrimenti di diventare terreno di contesa tra potenze più grandi.
Resta da vedere quanto rapidamente questi impegni si tradurranno in progetti concreti e quanto le imprese europee, comprese quelle italiane, sapranno cogliere le opportunità che ne derivano. La storia recente insegna che le strategie di diversificazione delle materie prime critiche richiedono tempi lunghi, investimenti ingenti e una capacità di programmazione che l’Europa, in altri dossier industriali, non sempre ha dimostrato di possedere. Ma il fatto che la questione artica sia oggi in cima all’agenda della Commissione, e non più una nota a margine, è di per sé un segnale che le imprese del continente farebbero bene a non sottovalutare.
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