
di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
C’è un’immagine che ricorre nei rapporti demografici europei degli ultimi anni, ed è quella delle culle vuote accanto alle case di cura piene. Il documento diffuso a metà luglio da Commissione Europea ed Eurostat non fa che confermare, con il linguaggio arido delle statistiche, una traiettoria ormai nota: il continente invecchia, la popolazione in età lavorativa si assottiglia, e le implicazioni per il mercato del lavoro, la sanità, i sistemi previdenziali sono destinate a farsi sentire con crescente urgenza.
La tentazione, di fronte a questi numeri, è quella di leggerli come un bollettino di sconfitta: meno nascite, meno braccia, più anziani da assistere, conti pubblici sotto pressione. È una lettura comprensibile, ma parziale, e per certi versi fuorviante. Perché lo stesso rapporto che segnala le criticità evidenzia anche un dato che merita altrettanta attenzione: vivere più a lungo, e in condizioni di salute migliori rispetto al passato, è una delle conquiste più straordinarie della medicina e del progresso civile degli ultimi decenni. Ridurre questo fenomeno a una semplice voce di costo previdenziale significa non cogliere la trasformazione più profonda che sta attraversando le nostre società.
Il problema, semmai, è che i sistemi economici e normativi europei — quello italiano non fa eccezione — continuano a essere costruiti su un’idea di ciclo di vita che risale a un’epoca in cui si viveva, e si lavorava, molto meno a lungo. L’età pensionabile, l’organizzazione del welfare, persino la formazione continua restano ancorate a schemi pensati per una popolazione più giovane e per carriere lineari, mentre la realtà demografica racconta altro: milioni di persone arrivano oggi ai sessantacinque, settant’anni in condizioni fisiche e cognitive che consentirebbero, a chi lo desidera, di continuare a contribuire alla vita produttiva del Paese, magari con modalità e ritmi diversi rispetto al passato.
Per il mondo delle piccole e medie imprese italiane, questo cambiamento demografico non è una questione astratta di macroeconomia continentale, ma un problema quotidiano di reperimento di competenze. La carenza di manodopera qualificata, che già oggi frena la crescita di interi settori manifatturieri, è destinata ad aggravarsi se non si interviene su più fronti contemporaneamente: politiche di natalità più incisive, certo, ma anche una gestione più flessibile dell’età lavorativa, una immigrazione qualificata meglio governata, e soprattutto una rivalutazione del capitale umano che l’Italia rischia oggi di disperdere, tra fuga di laureati e sottoutilizzo dei lavoratori più maturi.
La Commissione Europea, nel presentare i propri dati, ha indicato la strada delle politiche mirate su competenze, assistenza, alloggi e sviluppo regionale come strumento per mitigare gli effetti del cambiamento demografico. È un’indicazione condivisibile, ma che richiede, per tradursi in risultati concreti, uno sforzo di coordinamento tra Stati membri che finora è mancato. L’Italia, Paese tra i più esposti a questa transizione per l’intensità del proprio invecchiamento, ha l’occasione — e forse la necessità — di porsi come laboratorio di soluzioni piuttosto che come semplice destinatario di allarmi statistici. Le imprese che sapranno valorizzare l’esperienza dei lavoratori più anziani, integrandola con le competenze digitali dei più giovani, saranno quelle meglio attrezzate ad affrontare un decennio in cui il capitale umano, più ancora di quello finanziario, farà la differenza tra chi cresce e chi arretra.
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