
di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
C’è un paradosso, oggi, nel dibattito europeo sulla moneta digitale. Mentre la Banca centrale europea affina il progetto dell’euro digitale, immaginato come l’equivalente virtuale del contante, sono le banche commerciali — e non le istituzioni — a spingere con più decisione verso il futuro.
È un segnale che dice molto sullo stato dell’integrazione finanziaria europea: la politica ancora discute, la finanza agisce. C’e un nodo centrale: l’euro digitale, così come è stato concepito, non basta. Rappresenta un passo necessario per la modernizzazione del sistema dei pagamenti, ma resta un progetto prudente, difensivo, pensato più per non perdere terreno che per guadagnarne. Non produrrà un cambio di paradigma, né rafforzerà da solo la sovranità economica dell’Europa in un mondo dominato dal dollaro e dalle infrastrutture di pagamento americane.
È in questo vuoto che si inserisce la corsa alle stablecoin. Mentre a Francoforte si discutono architetture istituzionali e limiti di portafoglio, UniCredit, Banca Sella e altri sette colossi europei hanno già costituito un consorzio ad Amsterdam per lanciare una moneta digitale ancorata all’euro. Contemporaneamente, Bancomat — sostenuta da Intesa Sanpaolo — lavora a un progetto nazionale, “Eur-Bank”, con ambizioni simili. Due strade diverse, ma una stessa consapevolezza: senza un’infrastruttura europea di pagamenti digitali autonoma, la sovranità monetaria resterà un’illusione.
Le stablecoin, se regolamentate e garantite da riserve solide, possono rappresentare quel ponte tra l’innovazione privata e la fiducia pubblica che l’euro digitale, da solo, non riuscirebbe a costruire. Sono strumenti agili, programmabili, capaci di muoversi nel mondo delle blockchain e di integrarsi con le transazioni globali, senza perdere l’ancoraggio alla valuta tradizionale. Ma per diventare un pilastro del sistema — e non un suo rischio — occorrono regole, vigilanza, responsabilità.
Il regolamento europeo MiCAR e la legge americana Genius fissano standard rigorosi di trasparenza e copertura. Ma la vera sfida non è giuridica: è politica. Negli Stati Uniti, l’amministrazione guarda con interesse alle stablecoin in dollari come potenziale strumento di potere finanziario globale.
In Europa, invece, prevale ancora una cautela istituzionale che rischia di trasformarsi in ritardo strategico. Se la Federal Reserve dovesse fornire sostegno di liquidità agli emittenti di stablecoin in dollari — come ipotizza Reichlin — e la BCE restasse alla finestra, l’euro perderebbe terreno non solo nei pagamenti internazionali, ma anche nella percezione di sicurezza e modernità. L’egemonia del dollaro si rafforzerebbe, e la stessa indipendenza della BCE potrebbe finire, di fatto, condizionata dalla liquidità americana.
L’Europa non può permettersi di arrivare seconda in questa partita. L’euro digitale rappresenta una necessaria evoluzione del contante, ma le stablecoin sono già il linguaggio della nuova economia. Dovranno convivere, integrarsi, completarsi. Non si tratta di scegliere tra pubblico e privato, ma di costruire una filiera della fiducia digitale, in cui la Banca centrale garantisca stabilità e le banche commerciali innovazione. Perché in fondo la questione è antica quanto la moneta stessa: chi controlla i pagamenti controlla il potere. E l’Europa, che ha inventato la banca moderna, non può limitarsi a inseguire. Dovrà avere il coraggio di unire l’ambizione tecnologica alla visione politica, di passare dalla prudenza alla progettualità. L’euro digitale è un segno dei tempi.
Le stablecoin, se ben regolate, potrebbero diventarne la vera eredità. Ma perché questo accada, servirà una scelta di campo: l’Europa dovrà decidere se vuole essere spettatrice o protagonista della sua sovranità monetaria nel mondo digitale.
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