
di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
Esiste un dato che sintetizza con crudele efficacia la distanza tra le due Italie. In Toscana, ogni 100 giovani under 15 ci sono 251 anziani over 65. In media nazionale, il rapporto è 216 a 100. Queste cifre, estratte dai più recenti indicatori demografici Istat, non riguardano solo la composizione per età della popolazione: parlano di servizi, di opportunità, di prospettive. Parlano di quanto sia diversa la vita di un cittadino a seconda di dove è nato. Il divario tra Nord e Sud non è una scoperta, né una novità. È una costante della storia repubblicana che si ripresenta, con variazioni di scala ma non di sostanza, in ogni indicatore sociale rilevante. Quello che è cambiato, negli ultimi anni, è la sua natura: non più solo gap di reddito e infrastrutture fisiche, ma divario nei diritti fondamentali. Nel diritto alla salute, all’istruzione, ai servizi per l’infanzia.
Sono otto le regioni italiane che, secondo il monitoraggio del Ministero della Salute, non riescono a garantire ai propri cittadini prestazioni sanitarie adeguate in tutte le aree essenziali. Sono distribuite prevalentemente nel Mezzogiorno e nelle aree interne del Paese. Un bambino nato in Calabria o in Sicilia ha statisticamente meno possibilità di accedere a un asilo nido, a uno specialista pediatrico in tempi ragionevoli, a una scuola con il tempo pieno. Non per colpa sua, non per scelta sua: per il semplice fatto di essere nato dove è nato. Questa non è una disuguaglianza di merito. È una disuguaglianza di destino, e in quanto tale dovrebbe essere intollerabile per uno Stato che si definisce fondato sul principio di uguaglianza.
Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza aveva tra i suoi obiettivi dichiarati proprio il riequilibrio territoriale: asili nido, ospedali di comunità, infrastrutture digitali, formazione professionale. A distanza di anni dall’avvio, i risultati sono disomogenei. Alcune misure procedono, altre stentano. La capacità di spesa delle regioni meridionali resta inferiore a quella delle regioni settentrionali, in parte per ragioni burocratiche, in parte per debolezza delle strutture amministrative locali. Il risultato è che le risorse europee destinate a ridurre le disuguaglianze rischiano, per effetto di questa asimmetria, di ampliarle ulteriormente.
Il Mezzogiorno continua a perdere abitanti. La Basilicata e il Molise registrano le perdite più consistenti in termini assoluti. I giovani emigrano verso il Nord o verso l’estero, portando con sé competenze e aspettative che il proprio territorio non riesce a valorizzare. È una diaspora silenziosa che non produce indignazione ma produce danni enormi, sottraendo alle regioni meridionali il capitale umano di cui avrebbero più bisogno per costruire un futuro diverso. Un territorio che perde giovani perde futuro, e un territorio che perde futuro tende a chiudersi, a proteggersi, a diventare meno capace di integrazione e innovazione.
Per le imprese che operano o che potrebbero operare nel Mezzogiorno, il divario nei servizi sociali è un fattore di contesto che pesa sulle decisioni di investimento. Non è possibile chiedere a un imprenditore di localizzare la propria attività in un territorio dove i lavoratori non riescono ad accedere a cure mediche nei tempi giusti, dove i figli non trovano posto negli asili nido, dove la scuola funziona a regime ridotto. Il riequilibrio territoriale non è solo una questione di solidarietà nazionale: è una condizione dello sviluppo economico dell’intero Paese. Un’Italia a due velocità non è un’Italia competitiva. È un’Italia che spreca una parte consistente del proprio potenziale, e che prima o poi pagherà il conto di questo spreco.
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