
di Paolo Longobardi, Presidente di Unimpresa
L’ordine globale che ha accompagnato gli ultimi trent’anni non c’è più. Non è un giudizio ideologico, ma una constatazione. A dirlo, questa mattina, è stato Mario Draghi, con parole nette pronunciate a Lovanio: quel sistema ha funzionato, ha prodotto crescita e stabilità, ma non ha retto quando commercio e sicurezza hanno iniziato a divergere. Da lì in poi, le crepe sono diventate strutturali.
Per anni l’Europa ha beneficiato di un mondo aperto senza dover costruire una vera capacità di difesa dei propri interessi. Ha puntato sull’integrazione commerciale, sulla moneta unica, sul mercato interno. Scelte che hanno dato risultati. Ma ha lasciato scoperti altri fronti decisivi: politica industriale, difesa, affari esteri. Oggi quel vuoto presenta il conto.
Draghi non usa mezzi termini: l’Europa rischia di diventare subordinata, divisa e deindustrializzata. Subordinata, perché dipende da altri per la sicurezza e per tecnologie chiave. Divisa, perché resta un mosaico di Stati che faticano a muoversi insieme quando le decisioni diventano strategiche. Deindustrializzata, perché senza una politica comune su energia, innovazione e filiere produttive, la base economica si assottiglia.
Il punto centrale è il cambiamento del contesto globale. L’ingresso della Cina nel Wto ha segnato una svolta che l’Occidente ha sottovalutato: mai prima si era integrato nel sistema commerciale un Paese di quelle dimensioni, con l’obiettivo dichiarato di diventare un polo autonomo. Da allora, commercio e sicurezza hanno smesso di coincidere. Le dipendenze sono diventate vulnerabilità. Gli scambi, strumenti di pressione.
In questo scenario, l’Europa mostra tutta la sua contraddizione. È forte dove si è federata: commercio, concorrenza, mercato unico, politica monetaria. Lì negozia come un soggetto unico ed è rispettata. È debole dove resta frammentata: difesa, industria, politica estera. E quando questi ambiti si intrecciano, come accade oggi, i punti di forza non bastano a compensare le debolezze.
La conclusione di Draghi è diretta: se l’Europa vuole contare, deve fare un salto istituzionale. Il potere, dice, richiede il passaggio da una confederazione a una federazione. Non è un dibattito teorico, ma una questione pratica. Senza una catena di comando comune sulla difesa, senza strumenti condivisi di politica industriale, senza una voce unica in politica estera, l’Unione resta esposta alle pressioni esterne.
Il messaggio è chiaro anche sul piano dei valori. Un’Europa incapace di difendere i propri interessi, avverte Draghi, non riuscirà a preservare a lungo i propri principi. Perché i valori, se non sono sostenuti da capacità economiche e strategiche, diventano fragili.
L’ordine globale è cambiato. L’Europa può continuare a reagire caso per caso, oppure prendere atto che il tempo delle soluzioni parziali è finito. Le parole di Draghi non offrono scorciatoie, ma indicano una direzione: meno ambiguità, più integrazione reale. Con buona parte del Mondo che si sta organizzando per blocchi, restare nel guado corre il rischio di essere una scelta drammaticamente sbagliata.
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