
di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
Per lungo tempo, la scuola ha rappresentato uno dei luoghi più solidi della costruzione sociale. Non soltanto uno spazio di apprendimento, ma un punto di equilibrio tra istituzioni, famiglie e nuove generazioni. Oggi, quella solidità appare meno scontata.
Negli ultimi giorni, episodi e tensioni hanno riportato alla luce una frattura che non nasce improvvisamente, ma si è progressivamente allargata: la distanza tra scuola e famiglie. Non si tratta semplicemente di divergenze su singoli episodi o di conflitti episodici. È una difficoltà più profonda nel condividere responsabilità e ruoli.
La scuola si trova sempre più spesso esposta, chiamata a rispondere non solo della trasmissione del sapere, ma anche di funzioni educative che, tradizionalmente, erano distribuite. Le famiglie, dal canto loro, manifestano una crescente esigenza di partecipazione, talvolta di controllo, che può trasformarsi in diffidenza.
In questo spazio di tensione, si indebolisce un presupposto fondamentale: la fiducia reciproca. Senza di essa, ogni intervento – disciplinare, didattico, relazionale – rischia di essere percepito come arbitrario o contestabile.
Ma il punto centrale non è stabilire chi abbia ragione. È riconoscere che il patto educativo, per funzionare, richiede una condivisione minima di principi. Quando questa base comune si incrina, l’intero sistema perde coesione.
A rendere più complessa la situazione contribuisce un contesto culturale in cui l’autorità, in senso ampio, è sempre più sottoposta a revisione. Non è necessariamente un fenomeno negativo. Ma implica la necessità di ridefinire le modalità con cui si costruisce legittimazione.
La scuola, in questo scenario, non può essere lasciata sola. Ma neppure può essere percepita come un servizio tra gli altri, soggetto a una logica puramente contrattuale. È un’istituzione che richiede collaborazione, non contrapposizione.
Ricostruire un rapporto equilibrato tra scuola e famiglie non è un’operazione immediata. Ma è una condizione essenziale per evitare che l’educazione diventi terreno di conflitto permanente, anziché spazio di crescita condivisa.
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