
di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
C’è una crisi che si consuma lontano dai radar del dibattito politico, nelle camere dei ragazzi, nei corridoi delle scuole, nelle chat notturne tra adolescenti che non trovano parole per dire quello che sentono. Il disagio mentale giovanile è diventato, nel giro di pochi anni, una delle emergenze sociali più acute del Paese. Eppure, continua a ricevere un’attenzione intermittente, fatta di dichiarazioni di preoccupazione seguite da misure insufficienti e risorse inadeguate. Come se il problema fosse reale, ma non abbastanza urgente da richiedere una risposta proporzionata alla sua gravità.
I dati parlano con una chiarezza che non ammette interpretazioni tranquillizzanti. I disturbi d’ansia e la depressione tra gli under 25 sono in costante aumento da almeno un decennio, con un’accelerazione significativa registrata negli anni successivi alla pandemia. Le strutture di neuropsichiatria infantile e adolescenziale sono cronicamente sotto-organico: i tempi di attesa per una prima valutazione specialistica superano spesso i sei mesi, in alcune regioni anche di più. I centri di salute mentale territoriali, pensati come primo presidio di prossimità, sono in molte aree del Paese ridotti all’osso, costretti a concentrarsi sulle emergenze e a lasciare senza risposta i bisogni di chi non è ancora in crisi acuta ma avrebbe bisogno di un accompagnamento.
A questo si aggiunge il fenomeno delle dipendenze digitali, che ha assunto dimensioni preoccupanti tra i più giovani. L’uso compulsivo degli smartphone, la sovraesposizione ai social media, la difficoltà di distinguere tra vita reale e vita virtuale producono forme di isolamento sociale, disturbi del sonno, fragilità dell’identità, che si traducono spesso in sintomi clinicamente rilevanti. Non si tratta di un allarme morale sul progresso tecnologico, ma di un problema di salute pubblica che richiede strumenti adeguati: psicologi nelle scuole, percorsi di prevenzione, campagne di alfabetizzazione digitale che non si limitino a dire ai ragazzi cosa non fare ma li aiutino a costruire un rapporto più consapevole con le tecnologie che usano.
La dispersione scolastica è uno degli esiti più visibili di questo disagio. Un ragazzo che soffre, che non dorme, che non riesce a concentrarsi, che si sente inadeguato, abbandona la scuola. E un ragazzo che abbandona la scuola vede ridursi drasticamente le proprie prospettive di vita, entra più facilmente in circuiti di marginalità, diventa più vulnerabile a forme di devianza. Il costo sociale di questa perdita è enorme, e si paga non nell’immediato ma nel medio periodo, quando quei ragazzi si affacciano a un mercato del lavoro per il quale non sono stati preparati.
La risposta istituzionale fin qui non è stata all’altezza del problema. La presenza degli psicologi nelle scuole è rimasta frammentaria e discontinua. I fondi destinati alla salute mentale rappresentano una quota marginale della spesa sanitaria complessiva. Il Piano nazionale di salute mentale, pur avendo il merito di rimettere il tema nell’agenda pubblica, sconta la difficoltà di tradursi in interventi concreti e uniformi sul territorio. Serve un salto di qualità, una scelta politica chiara: investire sulla salute mentale dei giovani non è una spesa, è un investimento sul futuro del Paese. Ogni euro speso oggi in prevenzione e cura vale molto di più di quello che costerà non averlo speso domani.
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