
di Paolo Longobardi, Presidente di Unimpresa
Nel linguaggio della politica economica le priorità si dichiarano nei discorsi e si misurano nei bilanci. Il Rendiconto Generale dello Stato 2025 offre una misura precisa delle priorità reali del governo italiano nell’anno appena trascorso. E la lettura non è confortante per chi guarda al futuro produttivo del Paese.
La quota di spesa diretta statale destinata alla difesa è salita dal 12,4% del 2024 al 13,1% del 2025. Non è una critica alla difesa: è un dato che deve essere letto insieme ad altri. Nello stesso biennio, le missioni di bilancio legate a ricerca e innovazione, istruzione e tutela dell’ambiente registrano dinamiche recessive o di stagnazione. I numeri sono impietosi: la capacità di pagamento effettivo sulla missione “Istruzione scolastica” si ferma al 25,9% delle risorse allocate. Quella sulla “Tutela della salute” al 5%. Non significa che i soldi non ci siano — significa che le strutture amministrative non riescono a spenderli. E su istruzione, ricerca e ambiente il risultato è univoco: risorse stagnanti, esecuzione insufficiente, impatto reale sul sistema produttivo pressoché nullo.
I dati del conto patrimonio dello Stato completano il quadro con un’immagine plastica. Tra le voci del capitale fisso, quella che registra la crescita più significativa nel quinquennio 2021-2025 è “Armi e armamenti militari”: 53,4 miliardi di valore netto, quasi 50 dei quali in mezzi aerei e navali da guerra in capo al Ministero della Difesa, con un incremento dell’1,8% in un solo anno. Per fare un confronto: l’intera massa degli investimenti pubblici in ricerca e innovazione nel 2025 — già comprensiva delle risorse PNRR — è una frazione di quella cifra.
Non è un giudizio morale sulle scelte difensive. L’aumento delle spese per la difesa è una risposta agli impegni NATO e al mutato scenario europeo, e in quanto tale va compreso. Ma è la geometria delle risorse in un sistema a somma limitata che impone una domanda scomoda: quanto stiamo sottraendo alla capacità di crescita del sistema economico nei prossimi dieci anni?
L’Italia compete su mercati globali dove la differenza tra vincere e perdere si misura in brevetti, in algoritmi, in anni di istruzione superiore, in capacità di attrarre talenti. Le nostre imprese — soprattutto le medie, quelle che esportano, quelle che innovano — non hanno bisogno di più sottomarini: hanno bisogno di ricercatori formati, di università finanziate, di incentivi fiscali certi e strutturali all’investimento in tecnologia. Il credito d’imposta per ricerca e sviluppo è stato più volte ridimensionato e reso incerto nelle sue regole applicative: esattamente il contrario di quello che serve a chi deve pianificare un investimento pluriennale in un mercato globale.
Non chiediamo di rinunciare agli impegni di alleanza. Chiediamo che il Parlamento discuta apertamente il trade-off: per ogni punto percentuale di PIL aggiuntivo destinato alla difesa, quanto si sottrae alla capacità di crescita del sistema nei prossimi anni? La risposta non è automaticamente “nulla” — l’industria della difesa genera ricerca duale, trasferimento tecnologico, occupazione qualificata. Ma la risposta non è nemmeno “tutto è compatibile”, perché le risorse sono finite e le scelte di bilancio producono conseguenze che si manifestano con un ritardo di un decennio. Quando si manifesteranno, sarà tardi per correggerle.
Unimpresa chiede al Governo un impegno formale: per ogni punto di PIL aggiuntivo destinato alla difesa nei prossimi tre anni, un piano vincolante di compensazione sulle missioni ricerca, istruzione e innovazione, con obiettivi quantitativi e verifica parlamentare annuale. Non è una posizione contro la difesa: è una posizione per la competitività. Perché un Paese che non forma i propri giovani e non investe in tecnologia oggi non avrà la forza economica per difendersi domani — in nessun senso del termine.
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