
di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
L’Italia cambia, si muove, accelera. Ma nel cuore della modernità riscopre una parte di sé che sembrava destinata a sbiadire: i dialetti. La ricerca Swg racconta un Paese che, pur immerso nella contemporaneità digitale, continua a riconoscere nella propria storia linguistica una radice viva, non un reperto. È un ribaltamento culturale interessante: il dialetto non è più soltanto voce del passato, ma forma attuale di espressione e di appartenenza.
La maggioranza degli italiani lo comprende o lo parla; più di un terzo lo utilizza regolarmente; persino nei luoghi di lavoro — spesso percepiti come spazi impersonali, neutri, regolati da linguaggi standardizzati — uno su quattro ricorre al dialetto. Non per nostalgia, ma per chiarezza, vicinanza, autenticità. In un’epoca in cui la comunicazione è sempre più mediata e impersonale, il dialetto rappresenta un contatto diretto con la comunità, con una memoria collettiva che non vuole arrendersi all’omologazione.
C’è, ancora, un immaginario che associa il dialetto all’Italia rurale, agli anziani, a un mondo che si ritira. Ma è un’immagine che la realtà smentisce. Le nuove generazioni, pur meno fluenti, non mostrano alcun pregiudizio. Per il 74 per cento degli intervistati il dialetto è un valore culturale, una ricchezza da preservare. È la prova che l’identità non è un freno al cambiamento, ma un modo per attraversarlo senza perdere il senso di sé.
L’uso in televisione divide: il 36 per cento non lo gradisce, temendo forse che diventi una caricatura di sé stesso o uno strumento facile di folklorismo. Ma anche questa divisione riflette la vitalità del tema. Il dialetto non è più relegato ai margini: è materia di discussione pubblica, segno di una società che interroga la propria pluralità senza timori.
E poi ci sono le minoranze linguistiche — dalle valli ladine al friulano, dal sardo al catalano di Alghero — percepite come una ricchezza, non come un’eccezione. Sono comunità che custodiscono storie, visioni del mondo, lessici che arricchiscono l’intero Paese. Difenderle significa difendere un’idea inclusiva di Italia: un Paese che non confonde l’unità con l’uniformità.
In fondo, il dialetto non divide: unisce. Ricorda da dove veniamo e ci insegna a riconoscere il valore delle differenze. È un ponte tra generazioni, tra territori, tra modi di vivere. In un’epoca in cui la comunicazione globale tende ad appiattire tutto, il dialetto restituisce spessore, calore, umanità.
E ci invita a una riflessione più ampia: la modernità non cancella le radici, le rinnova. E l’Italia, con il suo mosaico linguistico unico al mondo, può trovare proprio nei dialetti — nei loro suoni, nei loro ritmi, nelle loro storie — la chiave per costruire un futuro più consapevole della propria ricchezza culturale.
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