
di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
La denatalità, più che una statistica, è ormai una lente con cui leggere l’Italia di oggi: un Paese che esita, che rinvia, che teme di promettere ciò che non può mantenere. Il sondaggio sulle percezioni sociali diffuso nei giorni scorsi mostra una contraddizione profonda. Per la maggioranza degli italiani, avere figli è ancora un atto di responsabilità verso la società, un gesto di fiducia collettiva. Ma, allo stesso tempo, più di metà lega questa scelta a condizioni materiali e familiari ormai sempre più incerte. La nascita di un figlio non è più soltanto un evento privato, ma il riflesso di un clima economico e culturale.
Quasi la metà degli intervistati considera la genitorialità una forma di autorealizzazione. È un dato interessante, che segna un passaggio dalla tradizione al desiderio individuale. Ma tra il desiderio e la realtà resta un vuoto: stipendi bassi, case costose, servizi carenti, incertezze globali. Un Paese che non sostiene le famiglie nella quotidianità non può stupirsi se il futuro si restringe.
Non si tratta solo di culle vuote, ma di un impoverimento generale del tessuto sociale. Meno figli significa meno lavoratori, meno contribuenti, meno energia creativa. Il calo demografico incide già su pensioni, sanità, produttività, ma soprattutto sulla fiducia collettiva. In una società che invecchia rapidamente, ogni bambino rappresenta una forma di investimento e di speranza.
Eppure prevale il pessimismo. Solo quattro italiani su dieci credono che le politiche pubbliche possano invertire la tendenza. È un segnale di sfiducia che pesa quanto i numeri. Non basta incentivare le nascite con bonus o sgravi: serve una politica del tempo, del lavoro e dei servizi che permetta di conciliare responsabilità e vita. La genitorialità non può restare un privilegio di pochi.
Dietro ogni statistica c’è una scelta mancata, un progetto sospeso, un sogno rinviato. E forse, come suggerisce il sondaggio, a frenare non è solo la precarietà economica, ma una stanchezza più profonda: la difficoltà di immaginare il futuro come luogo di possibilità.
Ritrovare il coraggio di generare — nel senso più ampio del termine — è la sfida di un Paese che deve tornare a credere in se stesso. Non c’è crescita economica senza crescita demografica, e non c’è crescita demografica senza fiducia sociale. Sostenere chi decide di avere figli non è un atto di politica familiare, ma un investimento sul senso collettivo del domani.
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