
di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
Trecentocinquantacinquemila bambini nati nel 2025. È un numero che va letto due volte, perché la prima lettura restituisce solo la cifra assoluta, la seconda la sua traiettoria: mai così basso dal secondo dopoguerra, in calo del 3,9% rispetto all’anno precedente, con un tasso di fecondità sceso a 1,14 figli per donna contro un tasso di sostituzione che dovrebbe attestarsi intorno a 2,1. Nel 2000 le nascite superavano le 543mila unità. In poco più di un quarto di secolo l’Italia ha perso quasi 190mila nuovi nati l’anno, un’emorragia demografica silenziosa che raramente trova spazio proporzionato al dibattito pubblico rispetto alla sua reale gravità strutturale.
Il dato più significativo, tuttavia, non riguarda quanti bambini nascono, ma quanti ne nascerebbero se le condizioni lo permettessero. Il “Dossier Natalità 2026”, elaborato dalla Fondazione per la Natalità in collaborazione con l’Istat, stima che se le intenzioni di fecondità dichiarate dalle donne italiane si fossero concretizzate, nel 2025 sarebbero nati circa 760mila bambini, più del doppio di quelli effettivamente venuti al mondo. È una cifra che smentisce in modo netto la narrazione secondo cui gli italiani avrebbero smesso di desiderare figli. Il problema non è la volontà, è la possibilità di realizzarla.
Oltre il 62% di chi non avrà altri figli indica come causa ostacoli economici, lavorativi o sociali, mentre soltanto il 5,5% dichiara che i figli non rientrano nel proprio progetto di vita. È una distinzione che dovrebbe orientare in modo diverso le politiche pubbliche: non servono campagne di sensibilizzazione culturale, servono condizioni materiali. Precarietà lavorativa, salari inadeguati rispetto al costo della vita, difficoltà di accesso alla casa per le giovani coppie, carenza di servizi per l’infanzia accessibili e diffusi sul territorio: sono questi i fattori che la ricerca individua come determinanti reali della scelta di non avere figli o di averne meno di quanti se ne vorrebbero.
Il quadro assume una dimensione ulteriore se si guarda alla proiezione demografica di lungo periodo. Al 2050, secondo le stime dell’Istat, per ogni cento giovani fino a 14 anni ci saranno circa trecento persone over 65. È uno squilibrio strutturale che non riguarda soltanto la sostenibilità del sistema previdenziale, tema già ampiamente dibattuto, ma investe la tenuta stessa del sistema produttivo: un Paese che invecchia rapidamente e non rinnova la propria forza lavoro rischia di perdere progressivamente la capacità di generare la ricchezza necessaria a sostenere il proprio stesso welfare.
Per il tessuto delle piccole e medie imprese italiane, la denatalità non è un tema distante dalla propria attività quotidiana. Significa, nel medio periodo, minore disponibilità di manodopera qualificata, minore domanda interna di beni e servizi, un mercato del lavoro sempre più squilibrato tra chi esce dal sistema per pensionamento e chi vi entra per la prima volta. È un problema che riguarda direttamente la competitività del sistema Paese, non soltanto la dimensione demografica o familiare.
Da qui l’esigenza di un approccio che superi la logica degli incentivi episodici, spesso generosi negli annunci e modesti negli effetti concreti, per abbracciare una strategia integrata: stabilità lavorativa per i giovani, servizi per l’infanzia diffusi e accessibili in tutto il territorio nazionale, non solo nelle grandi città del Nord, e una fiscalità che riconosca realmente il costo di crescere un figlio. Le imprese, comprese quelle di piccole dimensioni che costituiscono l’ossatura del sistema produttivo italiano, possono e devono fare la propria parte, attraverso organizzazioni del lavoro più flessibili e attente alla genitorialità. Ma senza un investimento pubblico strutturale e duraturo, la distanza tra il desiderio di famiglia degli italiani e la possibilità concreta di realizzarlo continuerà ad allargarsi, con conseguenze che il Paese sconterà per decenni.
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