Analisi sulla composizione dei sottoscrittori di titoli di Stato. Cambia la geografia del debito pubblico: diversificata la base. Crescono i privati dopo la crisi del 2012. Gli stranieri hanno oltre 1.000 miliardi (34%): investiti in bot e btp 331 miliardi in più dal 2022. Nei portafogli delle famiglie 449 miliardi: raddoppiata la quota rispetto al 2021. In mano alle banche italiane 622 miliardi: quota ridotta al 20% dal 30% del 2013. Per Banca d’Italia 574 miliardi: l’istituto centrale scende sotto il 20%. Il presidente Longobardi: «Il nostro Paese riesce ad attrarre capitali sia all’interno sia all’estero»
Cambia in modo significativo la geografia del debito pubblico italiano. Nel 2025 è cresciuta in maniera marcata la presenza degli investitori stranieri e delle famiglie, mentre si è ridotto il peso della Banca d’Italia rispetto agli anni del quantitative easing e la crisi del 2012. Su 3.095,5 miliardi di euro complessivi, la composizione dei sottoscrittori di bot e btp vede al primo posto gli investitori stranieri, con 1.061,8 miliardi, pari al 34,3% del totale. Seguono le banche italiane con 622,2 miliardi (20,1%), la Banca d’Italia con 574,1 miliardi (18,6%), le famiglie con 448,9 miliardi (14,5%) e i fondi d’investimento con 386,9 miliardi (12,5%). Il confronto con il 2024 evidenzia soprattutto la forte crescita della componente estera. Gli investitori stranieri sono passati da 916,0 miliardi a 1.061,8 miliardi, con un aumento di 145,8 miliardi in un solo anno e una quota salita dal 30,9% al 34,3%: dal 2022 al 2025 gli investitori stranieri hanno portato oltre 330 miliardi aggiuntivi sul debito italiano, segnando un inequivocabile ritorno di fiducia dei mercati internazionali verso i titoli di Stato della Repubblica. Nello stesso periodo si riduce la presenza della Banca d’Italia, scesa da 642,1 miliardi (21,6%) a 574,1 miliardi (18,6%), con una diminuzione di oltre 68 miliardi. Crescono invece le famiglie, che aumentano le loro detenzioni da 417,5 miliardi a 448,9 miliardi, cioè +31,4 miliardi, portando la quota dal 14,1% al 14,5%. In aumento anche le banche italiane, passate da 596,6 miliardi a 622,2 miliardi (+25,6 miliardi), mentre i fondi d’investimentoregistrano un lieve calo da 394,7 miliardi a 386,9 miliardi.
È quanto emerge da una ricerca del Centro studi di Unimpresa. Per quanto riguarda le banche, il dato del 2025 va letto anche alla luce di un confronto storico. Gli istituti di credito italiani detenevano circa 195 miliardi di titoli di Stato nel 2000, pari al 14,4% del debito pubblico. La loro esposizione è cresciuta progressivamente negli anni successivi, soprattutto durante la crisi del debito sovrano europeo, fino a raggiungere il picco nel 2013, quando le banche possedevano circa 654 miliardi di BTP, pari al 30,6% del debito complessivo. Negli anni successivi si è avviato un progressivo ridimensionamento della quota bancaria, che nel 2022 era scesa a 666,3 miliardi (24,1%), fino ad arrivare ai 622,2 miliardi del 2025, pari al 20,1% del totale. Si tratta di una riduzione graduale e ordinata, che ha consentito al sistema bancario di diminuire l’esposizione verso il debito sovrano domestico senza creare tensioni sul mercato dei titoli di Stato, grazie al contemporaneo rafforzamento di altri sottoscrittori. Il confronto con il 2022 mostra cambiamenti ancora più marcati nella struttura dei sottoscrittori. In tre anni gli investitori stranieri sono cresciuti da 731,4 miliardi a 1.061,8 miliardi, con un aumento complessivo di 330,4 miliardi, mentre la loro quota sul debito è salita dal 26,5% al 34,3%. Nello stesso periodo si riduce il peso della Banca d’Italia, che passa da 721,1 miliardi (26,1%) a 574,1 miliardi (18,6%), con una diminuzione di oltre 147 miliardi. Molto significativa anche la crescita delle famiglie, che aumentano la loro esposizione da 262,8 miliardi nel 2022 a 448,9 miliardi nel 2025, cioè +186 miliardi in tre anni. La quota dei risparmiatori italiani sul debito pubblico sale così dal 9,5% al 14,5%. I fondi d’investimento restano invece sostanzialmente stabili nel periodo considerato, con circa 387 miliardi di titoli detenuti nel 2025.
«I dati sulla composizione del debito pubblico italiano mostrano un cambiamento strutturale che merita di essere sottolineato. Negli ultimi anni la base dei sottoscrittori si è progressivamente ampliata e diversificata, con una presenza più equilibrata tra investitori internazionali, sistema bancario, famiglie e investitori istituzionali. È un segnale importante di maturità del mercato dei titoli di Stato italiani e di fiducia complessiva verso il Paese. Il fatto che gli investitori stranieri siano tornati a detenere oltre mille miliardi di titoli e che, allo stesso tempo, le famiglie italiane abbiano rafforzato la loro partecipazione al finanziamento del debito pubblico dimostra che l’Italia riesce ad attrarre capitali sia all’interno sia all’estero. Allo stesso tempo, la graduale riduzione del peso della banca centrale dopo gli anni delle politiche monetarie straordinarie indica che il mercato è in grado di assorbire l’offerta di titoli senza dipendere in modo eccessivo dagli interventi delle autorità monetarie. In questo quadro, anche il ridimensionamento dell’esposizione delle banche rappresenta un segnale di maggiore equilibrio del sistema finanziario. Una struttura del debito più diversificata e meno concentrata su pochi soggetti rende il Paese più solido e meno vulnerabile agli shock dei mercati. È una trasformazione che rafforza la credibilità dell’Italia e che dimostra come il debito pubblico, pur restando elevato, poggi oggi su basi finanziarie più ampie e più stabili» commenta il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi.
Secondo il Centro studi di Unimpresa, che ha rielaborato le statistiche della Banca d’Italia, su un totale di 3.095,5 miliardi di euro, nel 2025 la quota maggiore del debito pubblico italiano è detenuta dagli investitori stranieri, con 1.061,8 miliardi di euro, pari al 34,3% del totale. Seguono le banche italiane, che possiedono 622,2 miliardi, pari al 20,1%, quindi la Banca d’Italia, con 574,1 miliardi e una quota del 18,6%. Le famiglie italiane detengono 448,9 miliardi, pari al 14,5% del debito, mentre i fondi d’investimento possiedono 386,9 miliardi, cioè il 12,5%.
Il confronto con il 2024, quando il debito totale era pari a 2.966,9 miliardi, mostra cambiamenti rilevanti. Gli investitori stranieri passano da 916,0 miliardi, pari al 30,9% del debito, a 1.061,8 miliardi, con un aumento di 145,8 miliardi e un incremento della quota di 3,4 punti percentuali. Nello stesso periodo la Banca d’Italia riduce la propria esposizione da 642,1 miliardi (21,6%) a 574,1 miliardi (18,6%), con una diminuzione di 68,1 miliardi e un calo di 3 punti percentuali. Le famiglie aumentano la propria presenza da 417,5 miliardi (14,1%) a 448,9 miliardi (14,5%), con un incremento di 31,4 miliardi. Anche le banche italianecrescono in valore assoluto, passando da 596,6 miliardi a 622,2 miliardi, cioè +25,6 miliardi, pur mantenendo una quota percentuale sostanzialmente stabile intorno al 20%. I fondi d’investimento, invece, registrano una lieve riduzione da 394,7 miliardi (13,3%) a 386,9 miliardi (12,5%), con una diminuzione di circa 7,8 miliardi.
Il dato più significativo riguarda il forte ritorno degli investitori esteri, che tornano a essere il principale sottoscrittore del debito pubblico italiano. Nel 2025 superano per la prima volta la soglia dei 1.000 miliardi di euro, raggiungendo 1.061,8 miliardi, pari al 34,3% del totale. Il raffronto con il 2022 è particolarmente significativo: in quell’anno gli investitori stranieri detenevano 731,4 miliardi, pari al 26,5% del debito pubblico. In tre anni l’aumento è stato quindi di 330,4 miliardi, con una crescita della quota di quasi 8 punti percentuali. In termini dinamici, la presenza estera è passata da 731 miliardi nel 2022 a 781 miliardi nel 2023, quindi a 916 miliardi nel 2024 e infine a 1.062 miliardi nel 2025, con una crescita complessiva di circa 331 miliardi, pari a circa +45%.
Anche rispetto al periodo precedente alla pandemia si osserva un rafforzamento. Nel 2019 gli investitori esteri detenevano 764,8 miliardi di titoli, pari al 31,7% del debito pubblico. Nel 2025 la loro esposizione risulta quindi più alta di quasi 300 miliardi e la quota percentuale è aumentata di circa 2,6 punti. Se si guarda ancora più indietro, agli anni Duemila, la presenza estera oscillava tra il 31% e il 39% del debito pubblico. Il livello più elevato si registra nel 2006, quando gli investitori stranieri detenevano 659,7 miliardi di titoli, pari al 39,8% del totale. Dopo la crisi finanziaria globale e la crisi dei debiti sovrani europei questa quota si è progressivamente ridotta, per poi tornare a crescere negli ultimi anni. Il rafforzamento della domanda estera rappresenta un indicatore di credibilità internazionale del debito italiano e contribuisce a sostenere la liquidità del mercato dei titoli di Stato, con effetti favorevoli sul livello dei rendimenti.
Parallelamente al ritorno dei capitali internazionali si osserva una riduzione graduale del peso della Banca d’Italia, legata alla normalizzazione delle politiche monetarie della Banca centrale europea. Nel 2000 la banca centrale deteneva 64 miliardi di titoli di Stato, pari al 4,7% del debito pubblico, e per oltre quindici anni il suo ruolo è rimasto relativamente marginale. Nel 2014 la quota era ancora pari a 107 miliardi, cioè circa il 4,8% del debito. La vera discontinuità si è prodotta a partire dal 2015, con l’avvio del Quantitative Easing della BCE. In pochi anni la Banca d’Italia è diventata uno dei principali sottoscrittori del debito pubblico italiano.
Nel 2022 la banca centrale deteneva 721,1 miliardi di titoli di Stato, pari al 26,1% del debito pubblico, il livello più alto dell’intera serie storica. Nel 2023 la quota è scesa al 24,2%, nel 2024 al 21,6% e nel 2025 al 18,6%, con 574,1 miliardi. Nel complesso, tra il2022 e il 2025 la riduzione è stata superiore a 140 miliardi di euro. La Banca d’Italia ha quindi svolto negli anni del QE una funzione di ammortizzatore sistemico, contribuendo a stabilizzare i mercati finanziari durante le fasi più critiche, per poi avviare un progressivo ritiro ordinato dal mercato dei titoli di Stato.
Un’altra dinamica molto interessante riguarda il rafforzamento del ruolo delle famiglie italiane. Nel 2025 i nuclei familiari detengono 448,9 miliardi di titoli di Stato, pari al 14,5% del debito pubblico. Nel 2024 la cifra era di 417,5 miliardi (14,1%), mentre nel 2022 le famiglie possedevano 262,8 miliardi, pari al 9,5% del debito. In tre anni la crescita è stata quindi di 186 miliardi, cioè circa +71%. Il confronto con il 2021 rende ancora più evidente il recupero: in quell’anno le famiglie detenevano appena 213 miliardi, pari al 7,9% del totale, il minimo storico dell’intera serie. Già nel 2023 si era registrato un incremento particolarmente intenso, con un aumento delle detenzioni da 262 miliardi a circa 380 miliardi, cioè quasi 117 miliardi in un solo anno. Nel 2024 la cifra è salita a 417 miliardi, per poi raggiungere 449 miliardi nel 2025.
Dal punto di vista storico, tuttavia, la presenza delle famiglie resta ancora inferiore ai livelli di inizio anni Duemila. Nel 2002 la loro quota aveva raggiunto il 30,4% del debito pubblico, con oltre 437 miliardi di titoli di Stato detenuti direttamente dai privati. Negli anni successivi la partecipazione delle famiglie è progressivamente diminuita fino a ridursi drasticamente nel decennio scorso, per poi tornare a crescere negli ultimi anni. Il rafforzamento della componente retail è stato favorito anche dalle emissioni rivolte ai piccoli risparmiatori, come Btp Italia, Btp Futura e Btp Valore, che hanno contribuito a canalizzare una parte del risparmio privato verso il finanziamento del debito pubblico.
Questa dinamica ha un significato che va oltre la semplice variazione percentuale. Il risparmio privato delle famiglie italiane è storicamente abbondante e stabile. Quando questo risparmio si orienta verso i titoli di Stato, si crea un canale di finanziamento particolarmente robusto: i piccoli investitori tendono infatti a mantenere i titoli fino alla scadenza e reagiscono meno alle oscillazioni di breve periodo rispetto agli investitori istituzionali. Il risultato è una maggiore stabilità della domanda di titoli di Stato e una minore volatilità nelle aste del Tesoro.
Le banche italiane continuano a rappresentare uno dei pilastri del finanziamento del debito pubblico. Nel 2025 detengono 622,2 miliardi di titoli di Stato, pari al 20,1% del totale. Nel 2024 la loro esposizione era di 596,6 miliardi, mentre nel 2022 ammontava a 666,3 miliardi, pari al 24,1% del debito pubblico. Rispetto al 2022 si registra quindi una riduzione di circa 44 miliardi, pari a –6,6%, ma il peso del sistema bancario resta comunque rilevante.
Su un arco temporale più lungo emerge come il ruolo delle banche sia cresciuto soprattutto dopo la crisi finanziaria globale. Nel 2000 gli istituti di credito detenevano 195,3 miliardi di titoli, pari al 14,4% del debito pubblico. Il peso del settore bancario è poi aumentato progressivamente fino a raggiungere il picco nel 2013, quando le banche possedevano 653,8 miliardi di titoli, pari al 30,6% del debito complessivo. Negli ultimi anni la quota si è stabilizzata tra il 20% e il 25%, confermando il ruolo delle banche come investitori domestici strutturali.
La riduzione graduale della quota bancaria dopo il picco del 2013 può essere letta anche come un processo di de-risking del sistema bancario. In quella fase le banche avevano accumulato grandi quantità di titoli di Stato italiani, alimentando quello che gli economisti definiscono doom loop, cioè il circolo di interdipendenza tra rischio sovrano e rischio bancario. Il progressivo ridimensionamento dell’esposizione negli anni successivi ha contribuito a ridurre questa fragilità sistemica e a rafforzare la qualità dei bilanci bancari.
I fondi di investimento rappresentano una componente più stabile ma comunque rilevante del debito pubblico italiano. Nel 2025detengono 386,9 miliardi di titoli, pari al 12,5% del totale. Nel 2024 possedevano 394,7 miliardi, pari al 13,3%, mentre nel 2022 la loro esposizione era di 382,9 miliardi, pari al 13,9%. Nel lungo periodo la loro presenza ha oscillato tra il 11,9% nel 2007 e il 24,8% nel 2004. In valore assoluto i fondi detengono circa 387 miliardi nel 2025, livelli sostanzialmente in linea con i 395 miliardi del 2023 e i 383 miliardi del 2022.
La relativa stabilità di questa componente è un elemento spesso sottovalutato. I fondi operano generalmente con orizzonti temporali di medio-lungo periodo e tendono a ribilanciare i portafogli gradualmente. La loro presenza costituisce quindi una base di domanda istituzionale relativamente stabile, che contribuisce a ridurre la volatilità delle aste e dei rendimenti.
Nel complesso, il triennio 2022-2025 rappresenta una fase di trasformazione significativa della struttura del debito pubblico italiano. Nel 2022 la distribuzione dei sottoscrittori era fortemente influenzata dalle politiche monetarie espansive della BCE, con la Banca d’Italia che deteneva oltre 721 miliardi di titoli, pari al 26,1% del debito pubblico. Tre anni dopo la situazione appare profondamente cambiata: la quota della banca centrale si è ridotta di oltre 140 miliardi, mentre gli investitori esteri sono cresciuti di oltre 330 miliardi, superando la soglia dei 1.060 miliardi. Parallelamente le famiglie hanno aumentato la propria esposizione di quasi 190 miliardi.
Il risultato è una struttura del debito più equilibrata e più orientata al mercato, con una maggiore partecipazione degli investitori privati e una minore dipendenza dagli interventi straordinari delle banche centrali. L’aumento della domanda internazionale, il rafforzamento del risparmio domestico e la stabilità del sistema bancario indicano quindi una maggiore capacità del mercato di assorbire le emissioni di titoli di Stato italiani. Guardando all’insieme dei dati, il quadro che emerge è quello di un mercato del debito pubblico italiano che nel 2025 appare più diversificato e più profondo rispetto al passato, con una base di sottoscrittori ampia e articolata. Nessuna singola categoria detiene ormai una quota dominante tale da rappresentare un rischio sistemico autonomo. La pluralità dei sottoscrittori riduce la vulnerabilità del sistema a shock specifici e contribuisce a rafforzare la resilienza complessiva del mercato dei titoli di Stato italiani. Il fatto che il mercato abbia assorbito senza difficoltà il progressivo ritiro della Banca d’Italia, oltre 140 miliardi di riduzione nel periodo in esame, è una prova concreta della solidità e della profondità raggiunte dalla base di sottoscrittori del debito pubblico italiano. In pochi anni, le famiglie italiane hanno più che raddoppiato la loro quota sul debito pubblico, portando quasi 236 miliardi aggiuntivi di risparmio privato a sostegno delle finanze dello Stato. La diversificazione dei sottoscrittori è un indicatore di solidità strutturale: riduce la dipendenza da singoli canali e aumenta la capacità del sistema di assorbire eventuali shock di mercato senza discontinuità nel finanziamento del debito.

QUOTA % SUL TOTALE • 2000-2025

MILIONI DI EURO

QUOTA % • ANNO 2025

VARIAZIONE ASSOLUTA IN MILIARDI DI EURO






