
di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
Vi è una soglia oltre la quale una disfunzione del sistema smette di essere un problema organizzativo e diventa una questione di giustizia sociale. La sanità pubblica italiana ha da tempo varcato quella soglia, e lo ha fatto in silenzio, senza che nessuno si decidesse a chiamare le cose con il loro nome. Secondo gli ultimi dati disponibili, quasi un italiano su dieci ha rinunciato nel corso del 2024 a visite mediche o esami specialistici. Non per negligenza, non per mancanza di informazione: per impossibilità. Il 6,8 per cento della popolazione non è riuscito ad accedere alle cure a causa delle liste d’attesa; il 5,3 per cento, pari a oltre tre milioni di persone, vi ha rinunciato per ragioni economiche. Un dato in crescita rispetto all’anno precedente, e in crescita rispetto a quello prima ancora. Una tendenza, non un’anomalia.
La spesa farmaceutica a carico diretto delle famiglie italiane ha superato i dieci miliardi di euro nel 2024, con un incremento di quasi il 21 per cento rispetto al 2018. Il Servizio Sanitario Nazionale copre oggi appena il 57 per cento della spesa farmaceutica complessiva. Il resto ricade sui bilanci familiari, con un peso che è proporzionalmente molto più gravoso per chi ha meno risorse. Le otto regioni che, secondo il monitoraggio ministeriale, non riescono a garantire prestazioni adeguate ai propri cittadini in tutte le aree essenziali sono distribuite in modo non casuale sul territorio nazionale: la frattura geografica tra Nord e Sud si riproduce anche dentro gli ospedali e gli ambulatori.
Quel che colpisce, in questo quadro, è la sostanziale rassegnazione con cui il fenomeno viene registrato. Le liste d’attesa sono diventate una costante del paesaggio sanitario italiano, quasi una caratteristica del sistema piuttosto che una sua patologia. Si parla di piani straordinari, di immissioni di personale, di telemedicina come soluzione futura. Nel frattempo, chi può si sposta verso il privato, pagando di tasca propria prestazioni che il sistema pubblico dovrebbe garantire gratuitamente o con il solo ticket. Chi non può, aspetta. O rinuncia.
Le conseguenze di questa rinuncia non sono immediate e visibili, ma si accumulano nel tempo con una logica inesorabile. Una diagnosi tardiva costa molto di più di una diagnosi tempestiva, in termini umani prima ancora che economici. Una malattia cronica non monitorata si aggrava, produce disabilità, riduce la capacità lavorativa, aumenta la dipendenza dai servizi sociali. La povertà sanitaria, in altre parole, non è solo lo specchio di una disuguaglianza esistente: è un meccanismo che produce e amplifica ulteriori disuguaglianze. È una trappola dalla quale è molto difficile uscire senza interventi strutturali.
Per le imprese, la questione ha una rilevanza diretta. Un lavoratore che non si cura è un lavoratore meno produttivo, più esposto all’assenteismo, più vulnerabile. Il capitale umano di un Paese non si misura solo in termini di istruzione e competenze: si misura anche in salute. Un sistema sanitario che funziona è una condizione della competitività, non un costo da contenere. La sfida che si pone oggi alla politica è quella di recuperare terreno senza scorciatoie: più risorse, più personale, una governance delle liste d’attesa che superi le disparità regionali, e la volontà di riconoscere che il diritto alla salute non può essere proporzionale al reddito.
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