
di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
Le parole non sono mai state così numerose, così diffuse, così accessibili. Eppure, proprio mentre cresce la quantità della comunicazione, si affievolisce una sua componente essenziale: l’ascolto.
Non si tratta di una semplice impressione. Negli ultimi giorni, tra dibattiti pubblici, confronti televisivi e dinamiche quotidiane, emerge con chiarezza una difficoltà crescente a prestare attenzione reale all’altro. Le conversazioni si sovrappongono, le risposte arrivano prima ancora che le domande siano concluse, le opinioni si affermano senza passare attraverso un confronto autentico.
È un cambiamento che riguarda tanto lo spazio pubblico quanto quello privato. Nelle relazioni personali, nei contesti professionali, nei luoghi dell’informazione, si osserva una tendenza comune: privilegiare l’espressione rispetto alla comprensione. Dire, più che ascoltare. Afferrare il proprio punto, più che accogliere quello altrui.
La comunicazione digitale ha contribuito a questa trasformazione, accelerando i tempi e riducendo gli spazi di riflessione. Ma non è l’unica causa. Esiste una componente culturale più ampia, legata alla crescente centralità dell’individuo e alla necessità, spesso percepita, di affermare la propria posizione.
Il risultato è un dialogo che si impoverisce. Non perché manchino i contenuti, ma perché viene meno la disponibilità a mettersi in relazione. Senza ascolto, anche le parole più articolate rischiano di restare in superficie.
C’è poi un effetto meno evidente, ma altrettanto rilevante: la perdita di fiducia. Quando non ci si sente ascoltati, si tende a chiudersi, a irrigidirsi, a rinunciare al confronto. E questo alimenta un circolo in cui la distanza aumenta, invece di ridursi.
Restituire centralità all’ascolto non è un esercizio retorico. È una scelta concreta, che implica tempo, attenzione, disponibilità a sospendere il giudizio. Richiede uno sforzo, in un contesto che spinge nella direzione opposta.
Eppure, è proprio in questa capacità che si misura la qualità delle relazioni. Non nella quantità delle parole pronunciate, ma nella profondità di quelle comprese.





