
di Paolo Longobardi, Presidente di Unimpresa
La Cop30 di Belem si chiude con un sospiro più che con un applauso. Un risultato “discreto”, come lo ha definito il suo stesso promotore, il presidente brasiliano Lula, che ha cercato di trasformare la conferenza in un simbolo di rinascita amazzonica e di cooperazione globale. Ma dietro la retorica del “mutirão”, lo sforzo collettivo evocato dalla tradizione brasiliana, resta la sensazione di un compromesso al ribasso, utile a salvare l’immagine della diplomazia climatica, ma non ancora sufficiente a cambiare la rotta del pianeta.
La plenaria ha approvato all’unanimità un testo che triplica i fondi per l’adattamento entro il 2035 — un impegno importante, 120 miliardi di dollari, che darà respiro ai Paesi più vulnerabili — e rafforza la cooperazione sulla transizione energetica. Ma il cuore del problema resta intatto: nessuna menzione esplicita alle fonti fossili. Nessun vincolo, nessuna roadmap vincolante per ridurre l’uso di petrolio e gas, nonostante l’appello di oltre ottanta Paesi, guidati dallo stesso Brasile, per una svolta coraggiosa su combustibili e deforestazione.
È la grande omissione di Belem, quella che riassume il paradosso della politica climatica mondiale: la consapevolezza dei rischi non basta più, ma il consenso internazionale si infrange ogni volta contro la dipendenza economica e geopolitica dai fossili. Tutti sanno che la transizione è inevitabile, ma nessuno vuole pagarne per primo il costo.
La Cop di Dubai del 2023 aveva introdotto, per la prima volta, il riferimento all’“uscita dai combustibili fossili”. Belem ne raccoglie l’eredità, ma con passo più lento, affidando a nuovi “processi di collaborazione” ciò che dovrebbe essere un impegno immediato. È la logica del tempo differito, della gradualità infinita: la politica cerca di inseguire il clima con la prudenza di chi teme di perdere consenso.
Eppure qualcosa si muove. L’Amazzonia, luogo simbolico della conferenza, torna al centro del dibattito globale; l’Africa e i Paesi insulari ottengono maggiore attenzione; la finanza climatica, finora promessa e non mantenuta, trova una prima cornice concreta. È poco, ma è anche il segno che la pressione dell’opinione pubblica e degli eventi climatici estremi sta lentamente cambiando le priorità.
Il riferimento finale al commercio internazionale, voluto dalla Cina, mostra infine che la transizione non è solo una questione ambientale ma un nodo economico: dietro ogni decisione sul clima si nasconde una battaglia per il controllo dei mercati, delle tecnologie, delle risorse.
Belem, dunque, non è un fallimento, ma una tregua. La politica climatica resta sospesa tra coraggio e convenienza, tra diplomazia e realtà. E mentre il pianeta si scalda, il tempo della cautela rischia di diventare il vero nemico della speranza. Servirebbe un “mutirão” vero — non solo nel nome — capace di unire scienza, economia e politica sotto una visione comune. Perché se l’Amazzonia è il polmone della Terra, la volontà di agire dovrebbe esserne il cuore.
- La forza della fiducia - 10 Dicembre 2025
- La diplomazia che cambia volto per parlare al Paese - 9 Dicembre 2025
- Addio a Vittorio Russo, maestro dell’artigianato e punto di riferimento per Castellammare - 5 Dicembre 2025


