
di Paolo Longobardi, Presidente di Unimpresa
Ci sono fasi in cui i conti pubblici smettono di essere solo un problema e iniziano, timidamente, a diventare una leva. Non accade spesso nella storia italiana. E quando accade, il rischio è duplice: o non accorgersene, oppure illudersi che basti.
Negli ultimi mesi qualcosa si è mosso e tutto è messo nero su bianco nel Documento di finanza pubblica (Dfp), approvato la scorsa settimana dal governo. Non ci sono novità singole clamorose, ma una struttura stabile della finanza pubblica gestita con una certa continuità. Lo Stato ha ripreso a stare, per così dire, dalla parte giusta del bilancio: tolti gli interessi, incassa più di quanto spende. Nel 2025 questo avanzo si è attestato intorno allo 0,8% del PIL, con una prospettiva di crescita oltre l’1% già nel 2026. È un equilibrio che in passato è mancato e che, quando manca, rende ogni politica economica più fragile.
Anche la dinamica tra entrate e spese appare più ordinata. Le entrate crescono più delle uscite: circa +4,8% contro +4,1%. Non è una rivoluzione, ma è il segno di una gestione meno disordinata del solito. In un Paese che ha spesso confuso la spesa pubblica con la politica economica, è già qualcosa.
Il segnale più visibile arriva dai mercati. Il differenziale tra titoli italiani e tedeschi si è ridotto fino a poco più di 90 punti base, lontano dalla media dell’ultimo decennio che viaggiava intorno ai 160. Non è una medaglia da esibire, ma è un indicatore da non ignorare. Significa che l’Italia, almeno per ora, non è più percepita come un’anomalia sistemica.
Anche fuori dai confini nazionali, il giudizio è meno severo. Il miglioramento del rating da parte delle principali agenzie, arrivato in modo sincronico, segnala che qualcosa è cambiato nella percezione complessiva del Paese. Non è una promozione definitiva, ma un riconoscimento di percorso.
Nel frattempo, il costo del debito resta sotto controllo. La spesa per interessi si mantiene attorno al 3,9% del PIL, mentre il tasso medio sulle nuove emissioni è sceso sotto il 3%, in calo rispetto all’anno precedente. È un vantaggio non trascurabile, soprattutto per un Paese con un debito elevato.
Eppure, proprio qui si apre la questione politica. Perché conti più ordinati non bastano. La domanda vera è: cosa si intende fare di questo margine? Utilizzarlo per consolidare, oppure per distribuire? Rafforzare la struttura economica, oppure rincorrere il consenso?
La tentazione, nella storia italiana, è sempre stata quella di trasformare ogni spazio disponibile in spesa immediata. È accaduto più volte. E ogni volta il ciclo si è ripetuto: miglioramento, allentamento, nuovo squilibrio.
Questa volta il contesto è diverso. Le tensioni internazionali, la fragilità della crescita europea, l’incertezza energetica non consentono margini di leggerezza. Il miglioramento dei conti non è un punto di arrivo, ma una finestra. E le finestre, per loro natura, restano aperte per poco.
C’è poi un altro elemento che rende il passaggio più delicato. Il rapporto tra disciplina finanziaria e sviluppo. Gli investimenti pubblici stanno crescendo a ritmi sostenuti, vicino al 10%, e hanno raggiunto circa il 3,8% del pil. È qui che si gioca la partita più importante. Non nella gestione quotidiana dei conti, ma nella capacità di trasformare quella gestione in infrastrutture, innovazione, produttività.
La politica, in questo senso, è chiamata a una scelta meno appariscente ma più decisiva. Costruire o consumare. Pianificare o reagire. Tenere la rotta o inseguire le onde. Non è una questione ideologica. È una questione di metodo. I conti pubblici italiani hanno già conosciuto stagioni di miglioramento. Quasi sempre sono state seguite da fasi di dispersione. La differenza, questa volta, non la faranno i numeri. La farà la capacità di resistere alla tentazione di usarli come alibi. Perché la stabilità, in Italia, è sempre stata più difficile da gestire del disordine. E proprio per questo, quando arriva, diventa una prova politica.
- Energia e disordine: la fine degli equilibri prevedibili - 9 Maggio 2026
- Il ritorno della geopolitica: quando l’economia perde l’illusione dell’autonomia - 6 Maggio 2026
- Bce, la prudenza che prepara la stretta - 2 Maggio 2026





