
di Paolo Longobardi, Presidente di Unimpresa
Il World Economic Outlook che il Fondo Monetario Internazionale ha pubblicato il 14 aprile scorso contiene una frase che merita di essere letta con la dovuta attenzione, al di là dei decimali di crescita che occupano i titoli dei giornali. Il commercio mondiale nel 2026, scrive il Fondo, crescerà del 2,8 per cento, contro il 5,1 per cento del 2025. In valori assoluti, la decelerazione è significativa. Ma ciò che conta di più è la causa: non una crisi finanziaria, non una pandemia, non un cataclisma naturale. È la politica. Sono le scelte deliberate dei governi — a partire da quello di Washington — di usare le tariffe doganali come strumento di pressione geopolitica, di ridisegnare le catene del valore globali secondo logiche di sicurezza nazionale piuttosto che di efficienza economica. Il protezionismo non è più un’anomalia congiunturale: è diventato la nuova normalità, e il sistema produttivo mondiale sta cominciando ad adattarsi di conseguenza.
I dazi di Trump, che hanno portato le tariffe medie americane sulle importazioni a oltre il 19 per cento — il livello più alto dal 1933 — hanno prodotto effetti che si discostano considerevolmente dalle promesse con cui erano stati annunciati. La ricerca della Federal Reserve ha calcolato che entro il 2026 l’89 per cento del costo dei dazi è stato pagato da aziende e consumatori americani, non dagli esportatori stranieri. I disavanzi commerciali bilaterali con alcuni Paesi si sono ridotti, ma si sono allargati con altri: il commercio, come l’acqua, trova sempre un percorso alternativo. Quello che non trova un percorso alternativo è l’incertezza, che si è installata nelle decisioni di investimento delle imprese di tutto il mondo con una persistenza che nessun accordo temporaneo riesce a dissolvere.
L’Europa si trova in una posizione particolarmente delicata. Da un lato subisce l’impatto dei dazi americani su acciaio, alluminio e automobili; dall’altro deve gestire la competizione cinese su settori che considera strategici, dal fotovoltaico ai veicoli elettrici. La risposta europea — meccanismi di aggiustamento del carbonio alle frontiere, dazi sui veicoli cinesi, sussidi pubblici all’industria attraverso il fondo sovrano e i progetti IPCEI — è andata nella direzione di una maggiore autonomia strategica, ma ha anche rotto con la tradizione di difensore del libero scambio multilaterale che Bruxelles aveva incarnato per decenni. L’Europa sta diventando, lentamente e con qualche imbarazzo, protezionista anche lei. Con la differenza che non lo ammette con la stessa franchezza di Washington o Pechino.
Per le imprese italiane, e in particolare per quelle che hanno costruito il proprio modello di business sull’export — che rappresenta oltre il 30 per cento del PIL nazionale — questo cambiamento strutturale non è una questione accademica. È un problema operativo immediato. Le catene di fornitura che si erano ottimizzate in decenni di globalizzazione devono essere ridisegnate. I mercati di sbocco si stanno frammentando in blocchi geopolitici con regole diverse. I costi di compliance normativa si moltiplicano. E in questo scenario, l’Italia si presenta con una crescita attesa allo 0,5 per cento nel 2026 — la più bassa d’Europa — e con una struttura industriale in cui interi comparti, dall’automotive alla chimica, sono già in crisi strutturale.
La fine del multilateralismo commerciale che aveva governato l’economia globale dai tempi del GATT non è una novità di questa settimana. È un processo che dura da almeno un decennio, accelerato dalla pandemia, dalla guerra in Ucraina e ora dalla crisi di Hormuz. Ma il World Economic Outlook di aprile 2026 ne certifica la maturità: il commercio globale cresce meno della metà rispetto all’anno precedente, e le proiezioni al 2030 indicano una quota del commercio sul PIL mondiale in calo strutturale. Chi si rassegna a gestire questo declino subirà le conseguenze. Chi riesce a trasformare la frammentazione in opportunità — ridisegnando filiere, diversificando mercati, investendo in qualità e specializzazione — avrà ancora qualcosa da dire. Ma per riuscirci servono politiche industriali degne di questo nome, non tavoli ministeriali che producono comunicati.
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