
di Paolo Longobardi, Presidente di Unimpresa
Ci sono storie che ritornano. Il copione sembra lo stesso — la grande fabbrica asiatica che inonda i mercati mondiali, le imprese occidentali in difficoltà, i governi che oscillano tra la tentazione protezionista e la rassegnazione liberista — ma i personaggi sono cambiati, e con loro la posta in gioco. Il primo shock cinese, quello degli anni Duemila, ci aveva tolto le scarpe dai piedi e i mobili dai magazzini. Il secondo ci mette in discussione i motori delle auto, i chip nei computer, i macchinari nelle nostre fabbriche. Non è un’escalation. È una trasformazione di natura.
Potremmo discutere a lungo dei numeri. Il surplus delle partite correnti cinesi è cresciuto ‘solo’ di tre virgola cinque punti di PIL negli ultimi sette anni, contro gli otto del periodo 2001-2008. Le esportazioni sono aumentate del cinquanta per cento, non del trecento. Sembra quasi rassicurante, se non fosse che la Cina di oggi è un’economia enormemente più grande, e che uno squilibrio più piccolo in percentuale produce onde più alte in valore assoluto. La fisica del commercio internazionale non è neutrale rispetto alle dimensioni degli oggetti in gioco. Ciò che colpisce davvero, però, non è ciò che la Cina vende. È ciò che non compra. La Cina non compra quanto dovrebbe. Non è un dimenticanza contabile: è una scelta strategica, perseguita con pazienza e determinazione da Pechino da almeno un decennio. Noi l’abbiamo chiamata concorrenza sleale. In realtà è un modello di sviluppo.
diplomatiche, vertici del G20, trattati di libero scambio firmati e dimenticati. Le promesse di apertura del mercato interno si sono dissolte, sistematicamente, nel tempo necessario a costruire un’industria nazionale capace di sostituire quelle importazioni. Prima compri la tecnologia straniera, poi la smonti, la capisci, la riproduce e non ne hai più bisogno. Non è furbizia. È strategia industriale di lungo periodo, condotta con una coerenza che alle nostre democrazie frammentate riesce difficile da concepire, figuriamoci da praticare.
Per le imprese italiane questo è un punto che vale la pena di non eludere. Chi ha costruito negli anni una strategia di internazionalizzazione puntando sulla Cina come mercato di sbocco — e sono tante le aziende di qualità che ci hanno creduto, a ragione, in una stagione favorevole — si trova oggi a fare i conti con una domanda che non cresce come atteso, con barriere non tariffarie sempre più sofisticate, con un consumatore cinese della classe media che ha a disposizione alternative domestiche competitive su quasi ogni segmento. Il lusso assoluto regge ancora. Il resto è sotto pressione.
Nel frattempo, sui mercati terzi, la sfida si fa più aspra. I prezzi all’esportazione cinesi sono crollati a livelli che nel 2025 erano tornati a quelli del 2018, annullando anni di recupero. Non si tratta di dumping nel senso più banale del termine: si tratta di un sistema produttivo che ha eccessi di capacità strutturali, un mercato interno in deflazione e la necessità politica di tenere occupati milioni di lavoratori. Quando un’auto elettrica cinese arriva in Europa a un prezzo che non coprirebbe nemmeno i costi di produzione di un concorrente europeo, il problema non è il prezzo: è il modello.
L’amministrazione Trump ha risposto con i dazi, come sappiamo. E il dibattito, come sempre in queste circostanze, si è cristallizzato attorno alla domanda sbagliata: dazi sì o dazi no? La domanda giusta è un’altra: con quali strumenti intendiamo competere? Perché chiudere le frontiere può guadagnare tempo, ma non produce competitività. E il tempo guadagnato, nella storia industriale degli ultimi decenni, non è stato quasi mai usato per innovare: è stato usato per rimandare.
Esiste poi il rischio, concreto e poco discusso, della ritorsione. Le catene globali del valore si sono nel tempo annodate attorno a forniture cinesi in settori che definiamo critici proprio quando cerchiamo di farne a meno. Le terre rare, i componenti per le batterie, i principi attivi farmaceutici, una quota significativa dei semiconduttori di fascia media. Chi minaccia Pechino con i dazi scopre presto che alcuni dei materiali necessari a produrre le alternative ai prodotti cinesi vengono dalla Cina. È una asimmetria costruita pazientemente, non caduta per caso.
Che cosa dovremmo fare, allora? Non ho ricette semplici da offrire, e diffido di chi le ha. Ma ho qualche convinzione ferma. La prima è che le imprese italiane che si illudono di poter competere sul prezzo con i produttori cinesi nei segmenti di massa stanno sprecando energie e capitali. Il terreno va spostato, non difeso dove non si può vincere. Qualità certificata, integrazione tra prodotto e servizio, reputazione costruita nel tempo, personalizzazione che i sistemi di produzione di massa non riescono a replicare: sono questi i margini di manovra reali.
La seconda convinzione è che la diversificazione geografica non sia un lusso per le grandi imprese, ma una necessità di sopravvivenza per le medie. Il Sud-Est asiatico, l’India, alcune economie africane, parti dell’America Latina: sono mercati che crescono, che hanno bisogno di tecnologia e di prodotti di qualità, e dove la presenza italiana è ancora limitata rispetto al potenziale. Vanno aggrediti con strumenti adeguati, e qui è dove il sistema-Paese ha ancora molto da fare.
La terza convinzione riguarda l’Europa. Il secondo shock cinese non si affronta con ventisette politiche industriali nazionali che si contraddicono a vicenda. Si affronta con una strategia europea che sappia bilanciare apertura e difesa degli interessi strategici, che investa seriamente in ricerca e sviluppo, che costruisca catene di approvvigionamento alternative dove la dipendenza è diventata una vulnerabilità. Non è protezionismo: è prudenza. Non è chiusura: è scelta di campo.
C’è una frase, in un articolo del Financial Times di oggi, che mi ha colpito per la sua sobrietà: stavolta i policy maker avranno molta più difficoltà a evitare un finale infelice. Non è una profezia di sventura. È una valutazione lucida di ciò che accade quando si rimanda troppo a lungo di fare ciò che si sa essere necessario. Le nostre imprese non possono permettersi di rimandare. Né noi, come loro rappresentanza, possiamo permetterci di rassicurarle con parole che non stanno in piedi. Il secondo shock cinese è reale, è in corso, e richiede risposte concrete. Cominciamo a costruirle insieme, con la serietà che la situazione merita e con la determinazione che i nostri imprenditori, ogni giorno, ci dimostrano di avere.
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