
di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
Per molto tempo la casa è stata il cuore della sicurezza italiana. Comprare un’abitazione significava mettere radici, costruire stabilità, trasmettere qualcosa ai figli. Oggi, per molti giovani, la casa è diventata una salita ripida: affitti alti, mutui più selettivi, redditi bassi, carriere discontinue.
Non è solo una questione immobiliare. È una questione sociale. Se un giovane non può permettersi una casa, rinvia tutto: l’autonomia, la famiglia, i figli, i consumi, perfino la scelta di restare in una città. Le grandi aree urbane rischiano di diventare luoghi dove si lavora ma non si vive, dove chi ha redditi normali viene progressivamente spinto fuori.
Il mercato dei mutui ha mostrato segnali di ripresa, anche grazie al calo dei tassi rispetto alla fase più dura. Ma l’accesso al credito resta legato alla stabilità del reddito. E qui torna il nodo principale: senza lavoro stabile e salari adeguati, la casa resta un desiderio fragile.
Serve una politica abitativa moderna. Non solo bonus episodici, ma edilizia sociale, studentati, affitti calmierati, rigenerazione urbana, sostegno alle giovani coppie, garanzie pubbliche ben mirate. E serve anche evitare che la transizione energetica degli edifici scarichi costi insostenibili sulle famiglie.
La casa non è un bene qualunque. È il luogo da cui comincia la possibilità di progettare la propria vita.ricca può sentirsi povera di prospettive.





