di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
L’invito del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, a dotare anche le chiese di terminali Pos per consentire donazioni e offerte digitali, ha fatto discutere. Ma in un Paese che punta alla modernizzazione, anche la solidarietà deve stare al passo con i tempi. È una proposta sensata, concreta, che intercetta una trasformazione già in atto nella società italiana, spesso trascurata dal dibattito pubblico.
L’Italia è sempre più una nazione che paga con carte e smartphone, non più con monete tintinnanti o banconote piegate in tasca. Secondo gli ultimi dati della Banca d’Italia, oltre il 60% dei pagamenti avviene con strumenti elettronici. Ma c’è una contraddizione evidente: mentre il commercio, i servizi e perfino il fisco si digitalizzano, il mondo della beneficenza — religiosa o laica che sia — resta in molti casi ancorato a modalità analogiche.
Eppure, la carità non è un’eccezione. È un bisogno sociale. E i bisogni vanno incontro alle persone, non il contrario. Oggi sono moltissimi i cittadini che vorrebbero dare un contributo a chi è in difficoltà, ma che non portano più contanti con sé. Un’offerta mancata non è solo una donazione persa: è un’occasione persa per aiutare chi davvero fatica a tirare avanti. Pensiamo ai senza fissa dimora, alle famiglie in difficoltà, agli anziani soli, alle mense popolari e ai centri d’accoglienza: sono realtà che sopravvivono, anche e soprattutto, grazie a quella generosità minuta ma quotidiana che non può essere limitata dalla mancanza di contante.
Dotare parrocchie, associazioni, fondazioni e organizzazioni del terzo settore di strumenti di pagamento elettronico significa includere, non escludere. Non si tratta di snaturare il gesto della carità. Al contrario: si tratta di renderlo più semplice, tracciabile e accessibile. Un piccolo gesto fatto con il telefono non ha meno valore umano rispetto a una moneta lasciata in una cassetta. Conta l’intenzione, conta il risultato.
Sappiamo bene che l’innovazione non è mai solo una questione tecnica. È, prima di tutto, una questione culturale. E la cultura della solidarietà va preservata, ma anche rinnovata. Resistere al cambiamento in nome di una presunta purezza delle forme è un errore che rischia di impoverire proprio ciò che si vuole proteggere.
Questa non è una battaglia per il Pos. È una battaglia per non lasciare nessuno indietro. La povertà cambia volto, le disuguaglianze si trasformano, e anche gli strumenti per combatterle devono adattarsi. Una società moderna, giusta e inclusiva si misura anche dalla capacità di rendere la beneficenza semplice e accessibile. Non si fa carità col bancomat, certo. Ma se il bancomat può aiutare a far arrivare quel gesto di umanità dove serve, ben venga.
In fondo, ciò che davvero conta non è come si dona. È non smettere mai di farlo.
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