“La decisione della BCE di alzare i tassi al 2,25% ci preoccupa su due fronti. Il primo: l’efficacia della misura è tutt’altro che garantita, perché l’inflazione che stiamo vedendo non nasce dalla domanda interna ma dai prezzi dell’energia, gonfiati dalla guerra in Medio Oriente. Alzare il costo del denaro non spegne una fiamma che brucia altrove. Il secondo fronte è quello che ci riguarda più da vicino: il rischio che questo rialzo si trasmetta rapidamente al credito bancario, innescando una stretta sui finanziamenti a famiglie e imprese. Per le piccole e medie imprese italiane, che già operano con margini di liquidità ridotti, un aumento dei tassi sui prestiti non è una variabile astratta: è un ostacolo concreto alla sopravvivenza e alla crescita”. Lo dichiara il vicepresidente di Unimpresa, Giuseppe Spadafora.
“Chiediamo alle autorità nazionali di monitorare con attenzione gli effetti sul mercato creditizio interno e di valutare misure di sostegno alla liquidità prima che il danno diventi strutturale” aggiunge Spadafora.
Secondo il Centro studi di Unimpresa, la decisione della Banca centrale europea di portare i tassi di riferimento al 2,25% apre interrogativi che meritano una risposta chiara, prima che le conseguenze si scarichino su famiglie e imprese.
Il Consiglio direttivo giustifica la mossa con le pressioni inflazionistiche generate dal conflitto in Medio Oriente , ma la diagnosi non convince fino in fondo.
L’inflazione nell’Eurozona è salita al 3,2% a maggio, spinta quasi interamente dai prezzi energetici, cresciuti del 10,9% su base annua. Si tratta, in larga misura, di un’inflazione da offerta esogena, importata attraverso i mercati delle materie prime: uno shock che la politica monetaria può attenuare solo in modo indiretto e a costo di rallentare l’economia reale.
Alzare i tassi per raffreddare prezzi che dipendono da una guerra non è detto che funzioni; è invece quasi certo che faccia male alla crescita. Le stesse proiezioni della BCE confermano il paradosso: il PIL dell’area euro è atteso allo 0,8% nel 2026, rivisto al ribasso rispetto alle stime di marzo, con una traiettoria di recupero ancora fragile nel biennio successivo. Inasprire il credito in questo contesto equivale a togliere ossigeno a un’economia che respira già a fatica.
Il rischio concreto è una fiammata dei tassi sul credito bancario. I tassi sui mutui e sui prestiti alle imprese sono indicizzati, direttamente o indirettamente, alle decisioni di Francoforte. Un rialzo che si somma a un quadro di incertezza può tradursi in una stretta creditizia: banche più caute nell’erogare, imprese più esposte nel rifinanziare il debito, famiglie in difficoltà sulle rate variabili.
Per le piccole e medie imprese — che in Italia rappresentano l’ossatura del tessuto produttivo e che già scontano condizioni di accesso al credito più onerose rispetto alle grandi corporate — l’impatto può essere significativo. La BCE stessa non segnala un percorso già delineato di ulteriori aumenti, mantenendo un approccio rigorosamente «meeting-by-meeting».
È un segnale di prudenza che va letto con attenzione: significa che la banca centrale stessa non è sicura di dove stia andando. L’incertezza sull’inflazione futura è reale; altrettanto reale è il rischio di aver innescato una spirale di rialzi che deprime la domanda senza necessariamente spegnere i prezzi.
In questo scenario, la vigilanza sugli effetti del credito non è un esercizio accademico: è una priorità di policy. Le autorità nazionali e le istituzioni di sistema devono monitorare con attenzione la trasmissione della stretta monetaria ai mercati creditizi interni, e valutare se e quali misure di sostegno alla liquidità delle imprese siano necessarie per evitare che una decisione di Francoforte si trasformi in un freno strutturale alla competitività del sistema produttivo italiano.





